Altre torri... altri mondi

 
fantasmi Ogni tanto mi prende questa specie di rimpianto, questa nostalgia che, come una vibrazione si dipana proprio qua, sul quadrante estremo del mio occhio,  poi si allarga a velocità crescente innalzandosi verso il cielo, un urlo ricurvo sospeso sulle cataratte dell'abisso che ad un certo punto precipita rabbioso lasciando al suo passaggio solo macerie e morte. Un'onda anomala talmente potente che si schianta contro il maxischermo della realtà mandandolo in frantumi;  magari dietro compare una valle come questa, in una grigia mattina, sotto un cielo basso, l'aria tersa e pungente, mentre sto guidando sulla pianura spruzzata qua e là,  in fondo un fiato gelido s'è appena condensato imbiancando ogni cosa, un immenso proscenio che sorvolavo forse mille anni prima, forse in un'altra esistenza, su un altro pianeta; quegli spazi sconfinati m'arrivano giù dritti fino allo stomaco come un pugno, lasciandomi senza fiato, quasi tramortito, un vuoto talmente pieno di nostalgia che le budella si strizzano in un lamento pieno di dolore. – “Non ti senti bene?” Mi fa Arkhyala seduta accanto a me. Sbadiglia si stropiccia gli occhi. Sono le sette del mattino, ho guidato tutta notte, lei si è addormenta, adesso mi guarda con quegli occhioni dai mille riflessi, come un'ape. Mi ci devo ancora abituare,  dire che sono tra i più begli occhi del pianeta, lei non scherza, è la miss dell'anno, non so bene perché, quando gliel'ho chiesto, è stata la prima a stupirsi del mio stupore, e c'è rimasta male. – “No, sto benissimo.” Mi affretto a rassicurarla. – “Solo che è così bello qua intorno.”
Lei sembra accorgersi solo adesso del panorama da sballo; il suo sguardo corre oltre il fiume dalle acque limacciose, sopra vapori sospesi, indugia tra le ampie vallate che in fondo scolorano in una vaga promessa; una promessa di libertà che di nuovo mi coglie impreparato. – “Forse hai mangiato qualcosa che non andava.” Mi sussurra accarezzandomi con uno dei suoi tentacoli. – “Se non ti senti bene fermiamoci.” Aggiunge, premurosa. – “Non è niente, è già passato.” Lei sembra rilassarsi, mi sorride. – “Ultimamente sei così strano, come se qualcosa ti tormentasse.” Io arrossisco, anzi divento un pochino blu. – “Sono questi dolori.” Le dico. – “Mi prendono d'improvviso, è colpa del clima. Anche se adesso, dopo una settimana alle terme, veramente mi sembra d'essere rinato. Arkhyala scuote la testa, mi guarda stringendomi con il suo tentacolo tutto dispiegato. – “Di me ti puoi fidare, dimmelo se c'è qualcosa che non va.” – “Va tutto a meraviglia, te lo assicuro.” Le sorrido con tutta l'ingenuità di cui sono capace. La circondo anch'io con un tentacolo, scendo lungo il suo carapace, lei mi fa spazio, le massaggio delicatamente le protuberanze che ha sul davanti, lei avvicina la sua testa alla mia, si strofina delicatamente. – “Non voglio perderti. Sai a volte ho questa brutta sensazione, che un giorno o l'altro non ti vedrò più.” – “Certo, un giorno o l'altro capita a tutti quanti, è inevitabile.” – “Dai non fare lo scemo, non intendevo quello; non so niente di te, del tuo passato, poi... ieri notte parlavi nel sonno.” Adesso il mio colorito è virato decisamente al viola. – “Parlavo nel sonno?” Salto su con uno scatto rischiando di tamponare l'auto che mi precede. – “Sì parlavi in una lingua strana, incomprensibile, suoni che non avevo mai sentito, mi sono spaventata.” – “Dovevi svegliarmi, farmi smettere.” La riprendo. – “A volte mi fai paura.” – “Dai Arkhyala ormai mi conosci come le tue tasche,  poi quello che c'è stato tra di noi forse non conta?” Finisco con una nota di rimprovero. – “Per esempio dove hai passato tua l'infanzia? E i tuoi genitori? Non so neanche dove sei nato.” È vero sono sempre stato molto attento a non toccare questi argomenti, abbiamo discusso di tutto, di quello che proviamo l'uno per l'altra, dei nostri sogni, delle nostre speranze; l'ho lasciata vagare dentro i suoi pensieri, facendoli diventare i miei, assecondandola, dandole l'impressione che fossi io a raccontare mentre era lei a dar voce al nostro rapporto che, piano, piano, a nostra insaputa cresceva;  Dio sa quanto vorrei dirle la verità ma non posso, mi tocca sempre inventare un sacco di frottole, anche se cerco di limitarne il numero per non incappare in spiacevoli equivoci,  solo quando mi trovo con le spalle al muro, come adesso, vado a ruota libera. Ho appena finito con una storia strappalacrime, forse ho esagerato… lei sembra averci creduto, fino all'ultima parola;  adesso è aggrappata a me con tutti i suoi tentacoli. – “Ho paura, paura di perderti.” Si lamenta.” Ti prego, promettimi una cosa, che non mi farai del male. Quasi piange con gli occhi che si rifrangono in mille riflessi come un mare sotto il riverbero del sole. – “Me lo prometti che non te ne andrai, vero?” La sua testa ora è appoggiata alla mia  mentre i nostri capelli s'intrecciano giocando tra loro, sento un'altra fitta lancinante… resisto, per fortuna non se ne accorge. – “Giuro, giuro che non ti lascerò, mai.” Mento spudoratamente. Poi le nostre bocche si fondono,  una vertigine struggente ci travolge.” Non ti lascerò mai.” Le alito sul viso emettendo un pulviscolo di ferormoni che si diffonde nell'abitacolo saturando l'aria mentre maledico questo corpo che non mi appartiene. Nell'enorme sala dell'ottantesimo piano regna una gran confusione, esseri di ogni taglia vanno e vengono destreggiandosi tra le scrivanie come se fossero in preda ad un'incontenibile frenesia, piccoli assembramenti nascono dal nulla per sciogliersi subito dopo, un gruppo di femmine parlotta squittendo risa divertite mentre tra di loro gira una rivista osé. Me ne sto qua, seduto davanti alla scrivania, un poco stordito, come se dovesse crollarmi il mondo addosso da un momento all'altro. Una sensazione che m'assale sempre più di frequente, m'arriva quando meno me l'aspetto, un senso d'abbandono sconfinato che come un soffio crudele mi strappa via brandelli d'anima, perché è proprio questo che è successo, mi hanno abbandonato, ogni giorno che passa non è che una tragica conferma di questa incontrovertibile verità. Sono già otto mesi che attendo il rientro e nulla, sono ancora qui a chiedermi cosa ci faccio con un passato evanescente e un futuro che non mi appartiene. Mentre leggo le ultime notizie apparse sullo schermo, vorrei tanto rifugiarmi in un angolo per piangere tutta la mia disperazione, la mia pena per una vita sprecata, anche se è vero, è stata una mia scelta, rischi che avevo messo in conto, preventivato, rischi ben retribuiti d'altronde, devo far ricorso a tutto il mio senso del dovere per accettare la cosa, per non morire d'invidia osservando i miei colleghi che spensierati ridono e scherzano tra loro, in questa redazione del Planet, luogo per antonomasia pieno di confusione, sinonimo di vitalità, il mio punto d'osservazione privilegiato, il luogo ideale dove raccogliere le informazioni che mi servono. Da esse dipenderanno un sacco di cose, in particolare il futuro di questo pianeta. Se entrerà o no a far parte dell'Unione. Su di me grava una grande responsabilità, devo mantenermi lucido, il più obiettivo possibile per tutta la durata della mia permanenza, anche se continuo a disperarmi, come se la promessa fatta a Arkhyala di rimanere per sempre con lei dovesse avverarsi per davvero. – “Dove siete!" Urlo dentro di me. – “Perché mi avete abbandonato?." Di nuovo penso ad Arkhyala, se sono ancora vivo è solo merito suo, anche se questa mia disperazione inevitabilmente si riflette sul nostro rapporto, poi questo corpo alieno mi spaventa, non lo capisco, ne sto perdendo il controllo, comincio ad odiarlo, fa cose che non gli ho ordinato di fare,  forse con i suoi mille tentacoli sta solo cercando di salvarmi la vita, aggrappandosi ad ogni appiglio, obbligandomi a considerare solo la realtà contingente, racchiudendomi nella delimitazione rassicurante della solidità, nel desiderio che brucia e fa dimenticare ogni cosa,  così non vorrei far altro che l'amore con Arkhyala, lei  ne sembra contenta, compiaciuta, ha detto che non sono mai stato così affettuoso come in questo periodo; nessuno in passato l'ha mai fatta sentire così importante. Guardo fuori, oltre le vetrate, gli alti palazzi luccicanti, le strade gremite di traffico, gli aerei che senza sosta sfrecciano nel cielo, eccone uno che vola basso sull'orizzonte poi vira d'improvviso disegnando un'ampia parabola, ma che fa? Sembra puntare dritto verso di me. Diventa sempre più grande, enorme, vedo chiaramente il muso rotondo, come un uovo, che sfreccia a mille chilometri all'ora sopra la mia testa. Un gran boato fa tremare il pavimento, manda in frantumi i vetri. Rimango stordito, non mi capacito, poi vedo rottami e lava infuocata cadere dai piani superiori, allora comincio ad urlare. – “Via, fuori, giù dalle scale di servizio, tra poco crollerà tutto.”  Lo so, lo so perché l'ho già visto, è successo sul mio pianeta secoli prima, i mie colleghi mi guardano allibiti, cercano una giustificazione con le menti offuscate dallo shock. Allungo un tentacolo afferro Mircla, la mia compagna di scrivania, almeno lei, la trascino via di forza, dapprincipio oppone resistenza, poi si lascia andare, scendiamo le scale d'emergenza a salti, piano dopo piano, un tempo che mi sembra interminabile. Corriamo fuori sul marciapiede, lei vorrebbe rimanere, le urlo che dobbiamo allontanarci siamo ancora in pericolo. Poi sfiniti ci fermiamo a guardare i due più alti grattacieli della città che bruciano come torce. Vedo minuscole sagome cadere a precipizio nel vuoto, quando toccano terra fanno un rumore sordo, un piccolo ciaff... e poi più nulla, mi accorgo che sono loro, questi esseri che si lasciano cadere nel vuoto, nell'ultimo tratto allargano tutti i tentacoli cercando un appiglio impossibile.
Più avanti un gruppo se ne sta con il naso per aria, dico a Mircla di allontanarsi, si trovano in un punto pericoloso, non faccio in tempo a raggiungerli che un boato tremendo incurva le vetrate dei palazzi, una delle due torri ha cominciato a collassare, fuggiamo tutti quanti insieme… alle nostre spalle l'apocalisse, ogni cosa scompare inghiottita da una polvere densa come cemento, scende un'oscurità minacciosa, non respiro più, poi un silenzio innaturale rotto da grida e pianti. Adesso sembra che nevichi, grossi fiocchi bigi scendono leggeri come bambagia, sento la testa gonfia che galleggia insieme a tutti quei fiocchi come in un sogno, mi sento soffocare dentro questa polvere spessa color pomice, sto per cadere quando davanti a me s'accende un'intensa luce, qualcuno mi chiama per nome, il mio nome terrestre, da quanto non lo sentivo? – “Presto siamo venuti a prenderti.” Dice una voce, non mi sembra vero, li abbraccio tutti quanti mentre imbocchiamo il tunnel dimensionale. È così semplice farlo con questo corpo,  ripenso ai  tentacoli di Arkhyala che si insinuano tra le fessure del mio carapace, le nostre lingue che s'intrecciano le antenne mosse da venti di passione,  lei che si apre calda, soffice, morbida, delicata e io dentro, nel suo mondo, mentre mi cosparge di ferormoni. Adesso, qui è tutto così banale, un giochetto da ragazzi, così facile che ci ho quasi perso gusto, Lara qua sotto di me, tutti sudati, le sue unghie piantate nella carne, la sua espressione cambia, mi spinge via. – “Basta, si può sapere cos'hai, ti sento così distante.” – “Come distante?” Chiedo stupito, ma forse ha ragione, sto facendo l'amore con la testa da un'altra parte, pensando continuamente agli occhi di Arkhyala che brillano mentre l'accarezzo. – “Non ti piace così.” Chiedo cercando una giustificazione. – “Possiamo andare avanti finché vogliamo.” – “Anche con un vibratore posso andare avanti finché voglio.” – “Perché con il vibratore non ti piace?” Le rispondo caricando la voce di un tono volgare, assalito da un'improvvisa gelosia nei confronti del vibratore. – “Sei uno stronzo.” Mi fa, girandosi dall'altra parte. Questa volta l'ho offesa, ne sono compiaciuto, perché mi ha interrotto mentre stringevo di nuovo Arkhyala tra le braccia, lei inconsapevole, dopo le rivelazioni sulla mia infanzia infelice, m'aveva raccontato i suoi segreti più intimi, le sue speranze più recondite, m'aveva aperto ad un mondo di sensazioni che non sapevo nemmeno esistessero, adesso siamo come marito e moglie mi aveva detto. E averla abbandonata subito dopo mi brucia dentro come l'atto più ignobile della mia vita, me ne rendo conto solo ora, quando ormai è troppo tardi. Lara si alza sulle ginocchia, m'afferra e mi scuote. – “Si può sapere cos'hai? Da quando sei tornato non sembri più lo stesso.” Ha ragione, mi sento diverso, troppo diverso,  vedo forse per la prima volta questo essere strano, quasi comico, il torace magro… quei trampoli che usa per camminare, liscia come un tubo se non fosse per gli air bag sul davanti i cuscinetti sul culo, senza varchi in cui infilarmi a rovistare alla ricerca di nuovi profumi nuove emozioni, ancestrali vibrazioni, solo quella fessura, dentro e fuori, meccanicamente, ma dove sono i mille tentacoli di Arkhyala, ognuno un'emozione diversa, un colore nuovo un desiderio portato al parossismo, un godimento che ci annullava incoscienti... – “Hai ragione,”  Mi accascio sul letto. – “ Per te sono passati solo pochi mesi, ma io su quel maledetto pianeta c'ho vissuto per più di tre anni, adesso mi devo abituare di nuovo, adattarmi a questo corpo che mi sembra di un altro”... – “Te l'avevo detto di lasciar perdere, di cambiare lavoro.”enrico andreini – “Rinunciando a tutto questo.” Dico indicando la camera arredata con mobili raffinati,  fuori oltre la finestra il giardino e la piscina, una villa che tutti c'invidiano.  – “Sarà anche un lavoro schifoso, ma guadagno bene, ancora pochi anni e tu e i bambini non dovrete più preoccuparvi di nulla. Stamattina ho versato altri centomila crediti sul nostro conto.”
Lara sembra rilassarsi, quel pensiero, i centomila crediti l'hanno tranquillizzata,  anche se la scopata faceva schifo, adesso sembra più disponibile, mi passa una mano tra i capelli. – “Forse hai ragione.” Mi fa. – “Dobbiamo solo abituarci un'altra volta l'uno all'altro, vedrai un po' di pazienza e ogni cosa andrà al suo posto.” – “Certo, è solo questione di tempo.”  Dico, mentre lei ricomincia a massaggiarlo per farlo diventare di nuovo duro. – “Prima sai...”  S'interrompe ansimando leggermente. – “Prima sai... cosa?” Chiedo. – “Non era poi così male.” – “Davvero?” Faccio.
Se lo fa scivolare dentro, si muove, geme, mi stringe, mi bacia, ripete il mio nome. Ma è inutile, sento di nuovo i tentacoli di Arkhyala scendermi lungo la schiena attorcigliandosi in mille spire, trascinarmi via lontano, dove i suoi occhi si rispecchiano nei miei;  un pianto sordo e muto comincia a salirmi dentro, straziante; il suo pianto, il nostro pianto. Non ho ancora detto a Lara che tra una settimana partirò per un'altra missione. Per lei, qua sulla terra, passeranno solo sei mesi, ma per me saranno altri tre anni, l'attentato alle torri ha rimesso in discussione ogni cosa, la situazione politica è precipitata, questa volta sarò un altro, in una nazione diversa, ma so già che farò di tutto per incontrare Arkhyala, la corteggerò di nuovo, la farò innamorare un'altra volta, non credo sarà facile, anche se il mio corpo non sarà poi molto diverso dal precedente. Ma lei di questo non dovrà mai sospettare niente, non le potrò raccontare nulla, non sarà facile tenerle nascosta la mia vera identità,  amarla senza essere travolto dalla gelosia, non impazzire quando dirà le stesse cose che diceva a me mentre mi stringeva tra i suoi tentacoli, sapendo che le starà dicendo ad un altro.
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