Luca

 
Enrico Andreini Questa è la triste storia di Luca, custode notturno di un piccolo museo di una piccola città di provincia.
Luca, unico figlio maschio di un noto imprenditore cittadino, già da bambino aveva fatto capire di avere un carattere piuttosto difficile, chiuso,  introverso,  di non facile comunicazione con gli altri, tanto che il padre e la madre preoccupati da tutto ciò lo avevano assillato con visite sopra visite dai più noti medici cittadini e no. Era venuto fuori un quadro,  non certo rilassante, il bambino era affetto da una forma di schizofrenia congenita. Praticamente aveva grosse difficoltà nell’apprendere e nel relazionarsi, ma i medici erano concordi nell’affermare che crescendo i fenomeni si sarebbero attenuati. In parte era stato vero crescendo era migliorato, ma rimanevano le grosse difficoltà nei rapporti con gli altri e il carattere introverso e chiuso come una noce, certo non lo aiutava.
A scuola non aveva certo brillato, aveva fatto le medie grazie alle insegnanti d’appoggio e alle continue ripetizioni che il padre gli aveva pagato. Poi aveva frequentato senza successo un corso di informatica e un corso di scrittura creativa. Visti gli insuccessi scolastici il padre dall’alto delle sue conoscenze gli aveva trovato lavoro come custode notturno nel piccolo museo locale. Il museo non era certo grandissimo, sei stanze su tre piani, qualche quadro e qualche arredo del quattro-cinquecento, la star indiscussa era una Venere nascente in marmo bianco di Carrara alta circa un metro e settanta, attribuita alla scuola del Cellini.
Il padre non aveva certo bisogno di soldi, lo aveva fatto per tenere occupato il figlio e conoscendo le sue difficoltà nell’esprimersi con il prossimo, quale occasione, se non lavorare da solo e di notte, quando non c’era nessuno. Il museo non poteva permettersi un allarme, ne tanto meno uno stipendio da custode, così lo stipendio di nascosto glielo pagava il padre. Luca, era fiero del suo lavoro, era convinto di fare qualcosa di eccezionale, era anche migliorato caratterialmente, sembrava più allegro, più aperto verso gli altri, quando parlava del suo lavoro si vedeva che era felice e quando parlava della bellezza della Venere gli si illuminavano gli occhi, quasi parlasse di una persona viva, di una fidanzata. Del resto la Venere, di notte era la sua Venere, apparteneva solo a lui, era sua,  la guardava per ore, gli girava intorno, accarezzava con lo sguardo le sue forme lisce, perfette, come nessuna donna che conosceva poteva essere.
A volte si divertiva a spengere tutte le luci, si metteva seduto a qualche metro dalla statua e la colpiva con i fasci di luce della sua torcia, la colpiva dove capitava, non esclusivamente nelle sue parti intime.Al mattino quando finiva il turno di lavoro prima di uscire passava dalla Sua statua la salutava, dandogli appuntamento alla sera seguente. Passando gli anni, aumentavano gli stimoli che Luca riceveva dalla Sua Venere, finché una notte di pioggia e fulmini, con la luce che andava e veniva, un po’ per paura, un po’ perché era giunta l’ora, Luca si abbracciò stretto alla statua. In quel momento, sotto le sue mani il freddo rigido marmo si trasformò in tenera carne.
Cominciò da un seno, cominciò da lì, non per scelta, solo perché sotto l’ipnosi di un tuono più forte, fu la prima cosa che si trovò in mano. Sentì che il marmo si trasformava, sentì un calore che lo invase, lo invase tutto a cominciare dal pube; sentì una cosa che non aveva mai sentito prima, sentì che qualcosa in lui cambiava, sentì che il suo sesso si induriva. Perché succedeva una cosa del genere? Perché proprio a lui? Nessuno gli aveva mai detto che poteva succedere una cosa del genere. Ma perché indagare? Era così piacevole sentire una parte del suo corpo che si protendeva, che sembrava uscire da lui. Si tirò giù i pantaloni e si mise a guardarlo, non sembrava quell’affarino piccolo e indifeso che aveva sempre preso in mano per fare pipì. Cominciò a toccarlo, era strano, era duro, lungo, piacevole al tatto.
Continuò a tastare il seno della statua, lo sentiva morbido, carnoso, quasi profumato, ci avvicinò la bocca e accennò un timido bacio al capezzolo, quando vide che la statua era consenziente e che non era successo niente, si fece più coraggio, lo prese tutto in bocca, continuando a toccarsi, sentì un intenso piacere crescere in lui e tutto d’un tratto da quel coso che si era spropositamente allungato fuoriuscì del materiale bianco, che cadde ai piedi della statua. Si sentì spossato, senza forze, ma la cosa era piacevole, anche se un po’ si vergognava, non sapeva perché, ma si vergognava di quello che era successo. Si ritirò su i pantaloni e si sedette di fronte alla Sua statua, lo aveva fatto tante volte, ma quella volta fu particolare, la guardava in un modo nuovo, non era più una Statua, un pezzo di marmo, era la sua ragazza, la sua donna e doveva trovargli un nome, la chiamò Nicol, come una nota attrice che le piaceva tanto, era diventata la Sua Nicol. Al mattino quando uscì per andare a casa, passò a salutarla e per la prima volta gli gettò un tenero bacio.
La giornata non  passava mai, voleva che le lancette dell’orologio girassero  più velocemente, non  poteva sperperare così il suo tempo, Nicol aveva bisogno di lui, come si sentiva in mezzo ad estranei? Lui solo era capace di dargli la vita, di renderla reale, di farla scendere dal suo piedistallo. I familiari si resero conto della sua agitazione, ma non gli diedero peso, Luca era fatto così, aveva i suoi momenti, i suoi giorni no. La giornata infinita passò, arrivato il momento di prendere servizio, chiuse le porte si recò dalla Sua Nicol. Cominciò a parlarle ad alta voce, le disse che la giornata non gli passava mai, che non vedeva l’ora di rivederla, che aveva voglia di stare con lei, che voleva ripetere l’esperienza della notte precedente, tutto naturalmente se anche lei era consenziente. E lei? Lei gli rispose di si. Nei suoi silenzi Luca aveva letto un si, era fatta, trovò il coraggio di spogliarsi; era la prima volta che lo faceva, poi tutto nudo, cominciò a girare in torno a Nicol che a sua volta nella sua splendente nudità gli si offriva.
A differenza della sera prima che si era trovato un seno in bocca senza praticamente volerlo, stavolta Luca comincia le sue avances dalle splendide natiche bianche come una notte di luna piena, sode come una mela acerba, pronte da cogliere proprio come un frutto maturo. E lui le colse. Gli girò dietro, sentiva il bianco freddo marmo che al tatto della sue mani diveniva morbido e profumato come la pelle della più tenera delle amanti. Lui solo era capace di donarle la vita, di renderla morbida profumata, pronta ad unirsi carnalmente. 
La accarezzò tutta, non in maniera lasciva, in maniera dolce da tenero amante, la corteggiava come nessuno meglio di lui poteva fare, gli si offriva, gli donava la sua linfa vitale, la sua vita.  Tutto si ripeté come la sera prima, si sedette esausto,  nudo, dinanzi al suo amore, gli si sdraiò ai piedi, immolando corpo e anima sull’altare dell’amore. Come la sera prima si rivestì, pulì i suoi liquidi, si rimise seduto e rimase il resto della notte a contemplare Nicol nella sua splendida nudità. Alle prime luci dell’alba si alzò le si avvicinò, le diede un tenero bacio, che sentì ricambiato e la salutò, fece un rapido giro per il piccolo museo e uscì in strada. L’aria fresca del mattino gli sferzò il viso, pensò fosse  l’alito della sua tenera amante e accarezzandosi  corse a casa felice. Le cose andavano così di giorno in giorno,  di notte in notte, tutto scorreva in un modo nuovo per Luca, sempre più innamorato della Sua Nicol, che si materializzava solo per lui, viveva solo per lui, il freddo marmo diventava un corpo caldo bisognoso d’amore che solo lui sapeva dargli. enrico andreini
Nella vita di tutti i giorni sembrava essere migliorato, sembrava più allegro, meno introverso, sembrava partecipare di più alla vita familiare, tanto che il padre pensava già ad un suo inserimento in una attività lavorativa  più idonea. Tutto andava per il verso giusto, finché un giorno Luca travolto dalla passione sentì il bisogno di andare al museo di giorno, a trovare Nicol.. Entrò nella sala  della Venere, vide alcuni bambini di una  scuola elementare che toccavano la statua con le loro manine, questo lo fece arrabbiare, si precipitò verso la scolaresca urlando di lasciarla stare, di non toccarla con le loro mani sudice.  Non sentivano che Lei non voleva. Urlando come un ossesso li mandò tutti fuori, chiuse la porta, si barricò dentro, ferito nell’amore, ferito dal Suo amore, che pareva godere da quelle avances.
Dopo un po’, sentì la voce del direttore del museo che lo implorava di aprire la porta, di non fare cose di cui  poteva pentirsi, la Venere era di tutti, non era sua. Quando sentì che il direttore voleva chiamare la polizia, aprì la porta e capendo che poteva essere licenziato e di conseguenza non poter più vedere Nicol, si scusò implorando che lo perdonassero, che non sapeva cosa gli era successo, che non avrebbe più dato in incandescenze a condizione di non essere licenziato e di poter riprendere il suo lavoro la sera stessa. Avute le necessarie garanzie, aprì la porta e scusandosi a testa bassa uscì per tornare a casa. La sera quando montò di servizio, per la prima volta non si spogliò a cospetto della Sua Nicol. Anzi cercò di evitare di entrare nella  stanza, si sedette su un divano seicentesco al secondo piano e non scese mai fino all’alba. Prima di uscire, però non poté fare a meno di passare da Nicol e senza guardarla in faccia le disse che non tollerava nel modo più assoluto che si facesse toccare dagli altri. Solo lui la doveva toccare.
Le disse che si sentiva tradito, non sapeva quanto questa arrabbiatura gli poteva durare e in questo tempo, la privava della sua vista e del suo corpo. In fondo se lo era voluto, lo aveva tradito senza attenuanti con i primi venuti.  Per qualche notte si limitò solo a qualche timido saluto. Passata una settimana il richiamo della carne, l’assenza di sesso, lo convinse che era arrivato il momento di perdonare Nicol. Quella sera l’amplesso fu più focoso, come quando due amanti  riappacificano dopo un litigio.
La accarezzò tutta, non tralasciò un millimetro della sua superficie, con le mani, con la lingua, con il suo pene eretto, la toccò, la sfiorò, la baciò, la penetrò nelle sue più tenere e recondite cavità. Lei gli rispondeva, a Luca sembrava di essere abbracciato da mille tentacoli, di essere baciato da mille bocche eruttanti desiderio. Al sopraggiungere dell’alba, ripulì la statua dai suoi umori e uscì, finalmente felice. La felicità non durò a lungo, dopo qualche giorno, decise di rifare una capatina diurna al museo. Trovò un turista tedesco che abbracciato alla Venere, si faceva ritrarre. Fu  la goccia che fece traboccare il vaso. Tornò a casa  e dopo poco ritornò armato di un grosso martello.
Entrò senza essere visto dall’anziana cassiera, trovatosi faccia a faccia con la Sua amata, tirò fuori il martello e mentre gli urlava la Sua rabbia, cominciò a colpirla con forza con il corpo contundente. La cassiera vedendo quello scempio cominciò a gridare a gran voce, accorsero il direttore e altri visitatori che si scagliarono contro Luca, riuscendolo a fermare  solo quando a terra giacevano già le braccia, un pezzo di coscia e altri frammenti della Venere. Chiamarono un’ambulanza, quando arrivò gli misero la  camicia di forza e lo caricarono non senza fatica. Mentre lo portavano via dalla bocca di Luca usciva schiuma e ingiurie nei riguardi di Nicol. Continuava a ripetere all’infinito: “Te lo sei voluto, la prima volta ti avevo perdonato. Perché……..perché……perché mi hai tradito ancora……perché”. Poi gli fecero un’iniezione, si addormentò, sognando ancora la Sua Nicol. Questa la povera vita del povero Luca, questo il sogno che lo perseguiterà in eterno: “Nicol”.
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