Sacrifici rosso sangue

 
Enrico Andreini Roma, anno 331 ab Urbe condita, 15 giorni alle calende di marzo (423 a. C., 15 febbraio)

Nell’ampia grotta la voce profonda e cantilenante dell’officiante scandiva le parole del sacro rito, parole che rimbalzavano intorno, avvolgendo come un sudario la folla silenziosa, che trepida attendeva il momento del sacrificio. Nelle mani alzate del sacerdote una lama argentea brillava in modo sinistro nel chiaro-scuro della grotta, sprigionando bagliori che ammiccavano e rifrangevano il fuoco. Con espressione intensa e sofferta, il gran sacerdote evocava la potenza generatrice della natura, ricordando ai presenti che solo la morte purifica e rinnova…mentre con voce roca concludeva il lungo rituale, le sue dita si strinsero sempre più sul pugnale… gli occhi si serrarono con forza, quasi a trattenere in sé il potere letale di quell’arma.  Solo un istante passò…solo un istante, prima che  il pugnale squarciasse la gola della vittima sacrificale liberando un fiotto vermiglio di sangue che imbrattò il vello candido e l’ara di pietra levigata. Un urlo di giubilo si liberò dalla folla. Contemporaneamente nel vasto ambiente si sprigionò l’odore acre del sangue, mentre ancora la sua eco risuonava in quella sacra grotta; nella quale in un lontano passato una lupa aveva trovato e allattato i gemelli Romolo e Remo, il sacerdote seguendo il suo macabro rito, vibrò un secondo, deciso e ben assestato fendente…un’altra vittima si accasciò inerte. Alcuni aiutanti si occuparono di scuoiare le due capre, mentre un altro tratteneva un cane dal pelo chiaro…ultima offerta a "Luperco", difensore delle greggi dai lupi. L’officiante fece quindi avvicinare due giovinetti e con il pugnale intriso di sangue lordò loro la fronte. Poi sempre seguendo l'arcaico rito, bagnò una pezza di lana in una coppa colma di latte, con la quale deterse il viso dei giovani che presero a ridere fragorosamente. I presenti allora acclamarono a gran voce i due ragazzi che, armati di bastoni, sui quali erano state annodate le lunghe strisce di pelle delle capre sacrificate, uscirono dalla grotta del "Lupercale",  lanciandosi, seguiti dai sacerdoti, in una corsa sfrenata; correndo, facevano roteare i bastoni…colpendo chiunque si trovasse sulla loro strada. Fuori, la gente attendeva ansiosa il passaggio dei "Luperci," gli “uomini selvatici”, investiti della forza primitiva e selvaggia di quel "Dio arcaico" che dominava la natura penetrando tutti gli esseri viventi, comunicando con loro attraverso le grida e i mormorii dei boschi e delle foreste. Le donne adulte cercavano di farsi spazio in mezzo alla folla per ricevere le frustate dei Luperci che non solo avevano il potere di purificarle, ma anche quello di aumentare la loro fertilità.
In breve tempo, attorno al Palatino fino a "Vicus Tuscus"e a "Porta Mugonia", e oltre, sino alla "Via Sacra e al Foro", centinaia di persone si affollavano urlando, agitando le braccia, riversando sulle strade l’esaltazione e la frenesia di quella festa che propiziava la fecondità e preparava ad accogliere la primavera imminente con i suoi frutti.
Alcune nubi dense di pioggia avevano oscurato il cielo già cupo del crepuscolo, un vento insidioso faceva gemere come animali feriti le fronde degli alberi che ondeggiavano alti e scuri, simili a guardiani spettrali che vagavano nella penombra.
La giovane coppia avanzava mano nella mano, di tanto in tanto si fermava giusto il tempo di scambiarsi  un bacio…ora frettoloso…ora appassionato;  poi riprendeva con lena a salire l’erta scalinata che, poco discosta dalla grotta del Lupercale, portava alla casa "Romuli," la capanna nella quale, secondo l'antica leggenda aveva dimorato il fondatore della città. Una folata di vento li investì all’improvviso facendo rabbrividire la fanciulla, la quale si fermò sulla scalinata giusto il tempo di accomodarsi il mantello sulle spalle…poi  stringendosi di più al giovane, ripresero la salita…allungando lo sguardo sulle ripide scale di "Caco", il cui nome evocava l’inquietante visione del pastore figlio di "Efesto" per metà bestia e per metà uomo, ucciso da "Ercole" per avere osato sottrargli alcuni capi di bestiame.  Alcuni pini si piegarono flessuosi oscurando d’un tratto quasi del tutto il cammino; Murcia sobbalzò con il cuore in gola. Per un attimo le forme orribili del mostro avevano preso forma dinanzi a lei…due occhi fiammeggianti e tremendi le intimavano di fermarsi. Si arrestò intimorita sgranando gli occhi mentre la strana visione si dileguava nell’ombra. Sentì la rassicurante mano di Manlio calda e confortante, che la incitava a proseguire…si lasciò guidare come una bambina, senza avere il coraggio di riferirgli dell’ansia che sentiva aumentare in lei mano a mano che procedevano calpestando quel sacro suolo. Le ripide pareti di roccia qua e là oscurate dai cespugli della boscaglia le parevano prendere vita…quasi stringersi intorno ai loro fragili corpi, per non dire del  freddo spirare del vento, sempre più intenso…sembrava avvolgerli in un gelido abbraccio.  Superata  casa Romuli, avevano preso un piccolo sentiero che s’inerpicava tra gli abeti e i larici, finendo in un boschetto di faggi al cui limitare, a ridosso del monte, si apriva nella roccia una fenditura, parzialmente nascosta da pochi cespugli rinsecchiti. In quel momento un fulmine rischiarò il boschetto…il rombo del tuono li raggiunse subito dopo facendoli sussultare. Le nubi si fecero ancora più grevi…il cielo oppresso da tutto quel nero, sembrò quasi spezzarsi. Manlio accelerò deciso il passo, Murcia esitò solo un momento…poi lo seguì quasi correndo. I due giovani raggiunsero la caverna…ne varcarono la soglia proprio nell’attimo in cui un altro improvviso lampo sembrò squarciare quella roccia;  come una lama abbagliante illuminò tutto il suo interno per un lungo interminabile istante. Un urlo acuto e penetrante uscì dalla gola di Murcia i cui occhi, atterriti e sgomenti, non riuscivano a staccarsi da quell’orrendo spettacolo. Manlio cercò di pararsi davanti a lei quasi a nasconderle quella vista mentre il terrore s’impadroniva anche di lui.  A pochi passi da loro il corpo di un uomo era riverso a terra in una posa innaturale; gli occhi sbarrati nell’orrore della morte, la bocca semiaperta percorsa da un sottile rivolo vermiglio…più giù, verso il basso ventre…la veste sacerdotale completamente lorda di sangue. Da lì, una lama entrando…aveva compiuto lo scempio.  Manlio scosse il capo, incapace di accettare quella realtà; eppure non aveva bisogno di guardare il sigillo che ancora brillava sull’anulare della mano sinistra, abbandonata sul terreno umido, per identificare quell’uomo. Non v’era romano che non rammentasse quel volto, che non riconoscesse in lui la più alta autorità sacerdotale; colui che quella stessa mattina aveva officiato l’apertura delle celebrazioni dei "Lupercali"… il pontefice massimo, Aulo Quinzio Strenuo.

14 giorni alle calende di marzo (16 febbraio 423 a.C.)

Avvolto nella sua toga di pregevole lana, Vibenna Ellenico s’affrettava con vigore, incurante del gelo che s’insinuava nelle sue membra, era assorto in cupi pensieri che turbinavano come gelidi mulinelli nella sua mente. Da poco era iniziata l’ora seconda,  la città, ancora intorpidita, riprendeva faticosamente vita facendo risuonare i primi striduli richiami dei mercanti e i flebili cigolii dei carri che frettolosamente ne attraversavano i polverosi vichi, mentre nuvole oscure s’andavano addensando alte nel cielo non preannunciando nulla di buono. – "Non ti ha detto perché? " Chiese di nuovo Ellenico rivolto allo schiavo che gli camminava accanto. Sesculo si strinse nelle spalle.  – "No, Ellenico, il padrone mi ha solo comandato di portarti da lui il più in fretta possibile." Ribadì paziente, guardando tristemente il giovane patrizio. – " Anche tu, hai i miei stessi timori?" Chiese rivolto allo schiavo, che prontamente gli rispose. – "E come potrebbe essere diversamente.  È dalle none di gennaio che il padrone si è segregato nella sua stanza, come una fiera che sentendo prossima la fine vuole morire lontano. Sì…credo proprio che voglia vederti per l’ultima volta." Terminò il suo intervento con voce triste e rassegnata. Ellenico ne convenne; le paure di Sesculo erano le sue stesse paure…quei medesimi timori che s’insinuavano subdoli facendo lievitare ad ogni passo l’inquietudine che ormai lo pervadeva. Il passato era come un vaso d’argilla andato in frantumi, i cui frammenti non si era più in grado di ricomporre. Scavando tra i ricordi, ritrovava solo sbiaditi brandelli che non erano in grado di spiegare  i motivi dell'affetto profondo che s’era alimentato nel corso degli anni sino a spingere Celio Vibenna Vetere, un aristocratico romano, ad adottare proprio lui, Ellenico, figlio d’un oscuro mercante greco di Cuma.  Le dolci alture della Velia lo strapparono dai suoi pensieri; la casa dei Vibenna s'intravedeva ormai ergersi imponente quasi a sovrastare il Foro, luogo sacro e centro delle principali attività pubbliche cittadine. – "Padre…" Riuscì appena a sussurrare a mo’ di saluto Ellenico, mentre il suo sguardo cercava gli occhi di Celio Vibenna Vetere per verificare se la malattia l’avesse ormai vinto. Con sollievo, vi ritrovò l’usuale orgoglio e la volontà di combattere anche questa battaglia, sebbene il suo esito fosse ormai scontato. L'anziano patrizio gli rispose con un sorriso, indicandogli con un gesto stanco una seggiola vicina al suo giaciglio.  – "Siedi qui, Ellenico." Lo invitò dolcemente.  – "Ho bisogno di te; soprattutto, della tua capacità di saper dare risposta ai quesiti più bizzarri. Sarà come tornare ai vecchi svaghi a cui ci dedicavamo un tempo…addietro." Terminò percependo lo stupore del giovane. – "Per quanto, questa volta, non si tratta d’un gioco." Aggiunse facendosi ancora più serio. – "Cosa intendi?" Chiese costernato Ellenico. – "Credo tu sappia cos’è successo ieri durante i Lupercali?" Andò subito al sodo Celio Vibenna.  – "Aulo Quinzio Strenuo, il pontefice massimo, è stato trovato morto, da quanto mi è stato riportato, non c’è dubbio che si tratti di un assassinio, un vile assassinio." S’interruppe, in attesa d’un gesto d’assenso del giovane. – "Sì!" Confermò Ellenico. – "A quanto ho sentito, è stato pugnalato più volte al basso ventre…" – "Un delitto efferato." Proseguì il patrizio.  – "Un delitto che susciterà l’ira degli dèi e che cagionerà odio e sentimenti di vendetta tra gli uomini. Né può essere diversamente, quando si osa colpire impunemente la più alta carica sacerdotale dello Stato." Commentò accigliato. – "Già, scatenerà dei disordini." Confermò il giovane. – "Proprio in un momento in cui…solo…Giove sa…quanto avremmo invece bisogno di pace." – "Proprio così…proprio così." Commentò Celio Vibenna. – "Viviamo un momento difficile per le istituzioni repubblicane; le lotte politiche e i dissidi tra patrizi e plebei si inaspriscono sempre più, la morte di Quinzio Strenuo, purtroppo, non potrà che alimentare i contrasti…dare voce a chi spera che sia ripristinata la dignità regale." – "Dunque…ritieni che l’assassinio del pontefice nasconda un complotto politico?" Proseguì il giovane. – "Non saprei dirlo. Comunque sia, ne temo le ripercussioni e le inevitabili nefaste conseguenze per la nostra città. Soprattutto se la soluzione del delitto dovesse risultare insoddisfacente." Proseguì l'anziano patrizio.
Ellenico, dopo aver  assentito con il capo, continuò.  – "Capisco… Tuttavia, non comprendo ancora quale parte io possa avere in tutto questo." Il padre con ritrovata energia gli si rivolse. – "Ma è naturale, tu dovrai scovare l’assassino!" Un Ellenico stupito rispose. – "Io? E perché mai; non ci sono i magistrati per questo?" L'anziano padre più convinto che mai proseguì. – "Sì, è vero. Ma un console, un tribuno consolare o un edile hanno degli interessi da difendere…in ogni caso…nella migliore delle ipotesi, saranno sospettati di avere in un qualche modo addomesticato le cose. Tu, invece, sei al di sopra delle parti non appartenendo a questa o quella fazione politica." S’interruppe per un attimo, rivolgendogli un sorriso. – "In aggiunta, noi romani, siamo più uomini d’azione che di pensiero; amiamo andare al sodo…non amiamo certo arrovellarci in complicate supposizioni. Tu, invece, conservi delle tue origini greche l’amore per le astrazioni, sapendo allo stesso tempo essere concreto."
Ellenico rispose. – "Non temi di avere troppa fiducia nelle mie capacità?" – "Niente affatto." Rispose Celio, guardandolo con affetto. – " Hai la fortuna di assommare i pregi di due grandi popoli, sebbene…tu faccia  finta di non accorgertene."  Gli accarezzò con dolcezza la mano, quasi ad infondergli fiducia. – "E in più tu godi d’un vantaggio; nessuno avrà paura di metterti a parte dei suoi sospetti, a confidarti le dicerie che ha raccolto nei crocicchi delle strade o ai tavoli d’una maleodorante taverna. Mentre le stesse cose non le confesserebbe mai a un magistrato, nel timore d’essere coinvolto in questa sordida storia."
Enrico Andreini
12 giorni alle calende di marzo (18 febbraio 423 a.C.)

 Ellenico s’appoggiò allo schienale esausto, seguendo l’ondeggiare leggero delle fiammelle che diffondevano una fievole luce sullo scrittoio…dove giaceva il lavoro di tutta una notte. Ripose lo stilo, aveva finalmente terminato di appuntare tutto ciò che era riuscito a sapere in due giorni di affannose indagini…ma non provava alcuna soddisfazione. I fatti erano tutti racchiusi in quei simboli pazientemente tracciati che restavano solamente mute parole…come un corpo spogliato del suo intimo spirito. Si alzò inquieto mettendosi a passeggiare nervosamente per la stanza. Il vecchio Vibenna non aveva voluto dargli né indicazioni né consigli, in modo da non condizionarlo con i suoi giudizi. Era dovuto così ricorrere ai suoi amici influenti e soprattutto ai suoi fidi servi, che aveva  sguinzagliato in ogni dove a raccogliere impressioni, in modo da farsi un’idea precisa dei personaggi implicati nell’assassinio del pontefice Aulo Quinzio. Cercò di riassumere mentalmente quel cumulo di notizie, nel tentativo di trovare un possibile collegamento tra avvenimenti in apparenza slegati tra loro. L'unica cosa certa era che Aulo Quinzio, finita di officiare la cerimonia nel Lupercale, s’era incamminato per le scoscese scale di Caco, mentre il resto del corteo prendeva il cammino opposto iniziando a percorrere la strada attorno al Palatino. La cosa aveva destato stupore, visto che per quella via si arrivava soltanto a boschetti desolati e selvaggi, inoltre, si rischiava per giunta di costeggiare pericolosi dirupi. Nessuno al momento aveva dato peso alla questione. Del resto niente di più comprensibile, pensò Ellenico; la festa attirava l’attenzione di tutti, nessuno aveva motivo di preoccuparsi del pontefice i cui atteggiamenti non erano facilmente comprensibili. Il comportamento di Aulo Quinzio risultava infatti indecifrabile ai più;  Ellenico per quello che poteva sapere e immaginare, il pontefice massimo, lo vedeva simile a "Giano bifronte" con una faccia volta al bene del popolo e con l’altra  tesa a perseguire a ogni costo i suoi propri inconfessabili fini. L’ambiguità del personaggio era qualcosa di palpabile…traspariva evidente in ogni suo gesto,tanto da giustificare i giudizi più contrastanti. Non a caso, c’era chi lo considerava il baluardo delle classi meno abbienti in lotta contro le consorterie oligarchiche…chi lo riteneva invece un bieco demagogo che usava il favore popolare per imporre disegni dispotici…infine, per certi versi, trovavano legittimazione anche i timori più estremi, come quelli di chi lo reputava capace di sovvertire le istituzioni repubblicane per assumere le insegne regali. – "Corrotto o incorruttibile? Questo è il dilemma." Si chiese ancora una volta Ellenico senza trovare dentro di sé la risposta o le risposte che cercava, sebbene, dopo le prime sommarie indagini la figura del pontefice incominciava ad assumere contorni meno sfumati consegnandogli le prime verità. Da qualsiasi punto di vista valutasse i fatti, ciò che appariva infatti scontata era la tenacia con cui Aulo Quinzio avversava i propri nemici, utilizzando allo scopo ogni possibile mezzo, soprattutto quelli che la carica di sacerdote metteva a sua disposizione.  Non c’era pertanto da sorprendersi se più d’un patrizio lo aveva in astio, ed avrebbe fatto carte false pur di liberarsi della sua ingombrante presenza. Soprattutto Cornelio Fidenate e Metello Minore che non avevano mai dissimulato propositi di vendetta e che disponevano degli appoggi giusti per perpetrare un assassinio, sperando poi di farla franca.  Se così era stato, pensò Ellenico, avevano fatto male i loro conti, il delitto aveva aumentato lo stato di insofferenza dei plebei e scatenato lo sdegno dei collegi pontificali che minacciavano di abbandonare la città all’ira degli dèi, sino a quando l’assassino non fosse stato giustiziato. – "Sì!" Convenne Ellenico mentre la notte s’andava lentamente dissipando assumendo i colori rossastri tipici dell'alba. – "Sia Cornelio che Metello avevano più d’un motivo per volere la morte di Aulo Quinzio”. Disse questo annotando e sottolineando i loro nomi,  annoverandoli tra i possibili candidati dell'assassinio. Oddio, anche tra le mura domestiche, il pontefice massimo non suscitava certo sentimenti d’affetto o d'amore; l’odio e l’astio serpeggiavano latenti, blandamente affievoliti da una apparente tranquillità. Un evento passato sembrava esserne stata la causa scatenante. Ellenico aveva potuto raccogliere solo molte dicerie e ben pochi fatti concreti, i quali tuttavia, delineavano uno scenario sconcertante…una storia squallida aveva preso la luce e vedeva coinvolta Clodia…moglie di Aulo Quinzio. Tutti ne ricordavano sia la bellezza, sia  l’estrema labilità mentale…labilità…che sembrava averla spinta tra le braccia del giovane Lucio Siccio; aitante tribuno della plebe. Nessuno era in grado di sapere cosa fosse realmente avvenuto, anche se gli effetti, attualmente erano sotto gli occhi di tutti; Clodia…ripudiata…aveva preferito il suicidio ad un’esistenza segnata dalla vergogna; il suo amante…invece, era rimasto vittima della furia di due stranieri…
scomparsi nel nulla. Vero era che ormai la storia faceva parte del passato, ma pur tuttavia i sussurri su un possibile coinvolgimento del pontefice massimo non erano ancora accantonati; come non era accantonato il dolore che si diffondeva misto al rancore nella casa dei Quinzi. Soprattutto la giovane figlia Quinzia Sulpicia sembrava subirne le conseguenze…bellissima come la madre…sembrava da lei aver ereditato anche quell’instabilità mentale che dopo i tragici fatti era andata aumentando in maniera esponenziale, tanto che i più…oramai la ritenevano del tutto fuori di senno.  Anche il figlio di Quinzio, il giovane Cneo, non godeva certo della simpatia della gente a causa della sua indole. Il suo carattere tetro e puntiglioso relegava infatti in secondo piano ogni altra sua qualità…facendone dimenticare i pregi che pure erano riconosciuti da tutti. Ferreo difensore delle libere istituzioni repubblicane, Cneo non condivideva le idee politiche del padre, non mancando di criticarlo pubblicamente per l’eccessiva disinvoltura con cui cercava di avvalersi del favore della plebe. – "Anche Cneo, perciò avrebbe avuto più d’un motivo per volere la morte del padre." Rimuginò Ellenico. Se poi fosse rancore per la triste vicenda della madre o per il mero desiderio di contrastarne le bramosie di potere…poco importava. – "Sì!" Ripeté riponendo gli appunti. – "È un’ipotesi che non si può scartare a priori…”
- "Cosa vuoi sapere da me?" Domandò la vecchia schiava continuando imperturbabile a preparare una focaccia di farro. – "Minucio Flacco, il tuo padrone, mi ha suggerito di parlarti. Dice che eri molto amica di una schiava dei Quinzi…" Le parlava quasi sussurrando Ellenico con dolcezza.  – "Ho capito, si tratta di Clodia." L’interruppe la schiava. – "Quel che so è poco…non potrà certo servirti a niente." Affermò sicura; lo temeva…aveva paura di lui…lei…perciò brancolava nel buio…cercando di aggrapparsi anche alla più tenue speranza. – " Questo…lascialo decidere a me!" Replicò Ellenico deciso. La schiava, sentendosi rinchiusa come una gallina nel pollaio, annuì mestamente col capo. – "Come vuoi… Era nota l’amicizia che legava Lucio Siccio ad Aulo Quinzio…per questo non destava alcun sospetto che il tribuno frequentasse la casa dei Quinzi; anche quel giorno sembrava una visita come tante altre, sebbene a differenza del solito il pontefice non fosse presente… quel che successe…successe all’improvviso; Gabinia, la mia amica, s’incamminava per il corridoio proprio mentre Sulpicia usciva piangendo dal salone. Stava per seguirla, quando la sua attenzione fu attirata dalle voci alterate di Lucio Siccio e di Clodia." Un Ellenico sempre più interessato la incalzò. – "Litigavano?" La schiava ancor più mestamente continuò il suo racconto. – "Non saprei dirlo. Gabinia percepì solo un: -"E' bene per tutti e due che non ti veda più." Questa frase detta con voce triste da Clodia. Poi…altre parole sparse a cui non riuscì  dare alcun senso." Concludendo così il suo intervento…mentre seguitava tranquilla il suo lavoro.  – "Avevi ragione, non è molto!" Convenne Ellenico, mentre il suo pensiero correva a Sulpicia che doveva aver scoperto la madre tra le braccia di un estraneo; e rivolto alla vecchia. – " Speravo di più…sempre ammesso che non ci sia altro."  - "Non su Clodia." Proferì la schiava in tono sommesso. – "La sua morte fu come un vento gelido…vento che spazza tutto intorno a sé…nulla fu più come prima." Alzò per la prima volta lo sguardo, incrociando gli occhi di Ellenico. – " Non credo…non credo che possa interessarti, il resto." – "No…no… prosegui, non si sa mai." La invitò a continuare il giovane ancor di più incuriosito. – "La follia s’impossessò di Sulpicia…Cneo divenne ombroso, amava  sfogare il suo dolore abusando del corpo di schiave adolescenti." – "Ne sei certa?" La interruppe un Ellenico turbato. La vecchia scuotendo il capo. – " Sono solo sospetti. Gabinia mi parlò di certe adolescenti che sparirono dalla casa dei Quinzi, dopo che qualcuno aveva abusato di loro. E a chi, se non al giovane padrone poteva essere consentito un simile divertimento?" Sembrò quasi chiedersi…mentre i suoi occhi scintillarono rabbiosi.  Assorto, contemplava pensoso la fonte "Giuturna", quando la voce trafelata di Sesculo attirò la sua attenzione. – "Ellenico… Ellenico, finalmente ti ho trovato!" Sbuffò lo schiavo prendendo fiato. – "I magistrati lo tengono in gran segreto…ma il mio padrone l’ha saputo dal tribuno consolare." Gli riferì in maniera un po’ strampalata e incoerente. – "Ma di cosa vai ciarlando?" Chiese il giovane irritato. – "Ma del delitto di Aulo Quinzio…del coltello insanguinato trovato accanto al suo cadavere… sì, proprio il coltello che l’ha ucciso…di cosa avrei dovuto parlarti altrimenti." Rispose ancora ansante.  Un Ellenico stralunato insisté. – "E, allora?" – "Ma…pare che sia il coltello di Lucio Siccio. Quello…si insomma…quello che era andato perduto il giorno del suo assassinio." – "E che magari Cneo ha trovato casualmente tra gli oggetti di Aulo Quinzio." Sussurrò a sé stesso Ellenico. – "Hai capito è per questo che  i magistrati non vogliono che si sappia in giro!" Proseguì Sesculo…ormai  parlando a sé stesso…visto che un Ellenico assorto nei suoi soliloqui, non lo ascoltava più. Ellenico attraversò lentamente l’atrio ampio e luminoso. In fondo, sulla soglia del tablinio…Cneo lo attendeva; la figura alta ed eretta…il viso dai lineamenti marcati eppure nobili…gli occhi profondi e impenetrabili; tutto in lui denotava quella compostezza ch’era propria degli appartenenti alle antiche famiglie romane…che neppure il dolore riusciva a intaccare.  – "Mi fa piacere la tua visita, Ellenico." Lo accolse il patrizio. – "Mi consola sapere che tanti condividono la pena che provo per la prematura morte di mio padre." Continuò Cneo attraversando la biblioteca, avviandosi verso il peristilio. – "Una morte così improvvisa…così atroce." Aggiunse addolorato quasi parlasse  a sé stesso.  – "Già…già." Assentì Ellenico con aria greve.  – "La sua tragica morte è un avvenimento terribile…sta diventando motivo per alimentare sospetti e calunnie di ogni tipo." Continuò…Cneo, alzando su di lui lo sguardo continuò. – "Quali sospetti? Di quali sospetti parli?"  Disse queste parole in maniera alterata…aggrottando la fronte. Ellenico si accomodò su una panca di marmo…col capo abbassato rimase per un istante in silenzio. Poi, fissando Cneo quasi volesse coglierne le reazioni, iniziò circospetto. – "L’evidenza fa propendere per un delitto politico; tuttavia non è la sola ipotesi possibile… mi è difficile dirlo." Confessò con falsa titubanza. – "Ma c’è anche spazio per pensare che tutto abbia avuto origine all’interno di questo palazzo." – " Ma cosa dici?...come osi…solo pensare certe cose?" Scattò Cneo abbandonando l’usuale compostezza. – "Intendi forse che qualcuno potrebbe incolpare me?" Chiese con stupore…gli occhi rossi dall’ira. – "No… no, solo voci." Rispose Ellenico fingendo di  tranquillizzarlo…mentre…invece le sue parole istillavano ulteriore veleno.  – "Solo dicerie…dicerie malevoli… che tuttavia potrebbero attecchire…in certi ambienti e tra certe persone." – "Voci… Che voci? Sii chiaro…non mi tenere sulle spine." Lo sollecitò il giovane ormai in preda alla collera. – "Si mormora della sparizione di alcune giovani schiave…qualcuno fa il tuo nome. Senza contare che c’è chi ti ritiene capace di qualsiasi azione pur di difendere in ogni modo le nostre istituzioni repubblicane." – "Questo sì…su questo hai ragione." Gli rispose un Cneo un poco rasserenato.  – "Ma non fino al punto di ammazzare mio padre…infrangendo così una delle leggi più sacre. No, Ellenico…non darti pena per me." Proseguì con fare distaccato. – "E ti prego…non perdere tempo dietro a due o tre schiave vendute per la loro inettitudine." Si alzò risoluto facendo comprendere che non c’era motivo di continuare quell’imbarazzante colloquio. – "Amico mio, se fingi, come credo…sai fingere bene…molto bene." Gli indirizzò un silenzioso monito Ellenico, mentre lo vide allontanarsi dal patio. Cneo l’aveva lasciato solo a rimuginare sui suoi pensieri, quando Ellenico si accorse che qualcuno lo osservava tenendosi al riparo di alcuni rametti sempreverdi. Incuriosito, si trattenne per un attimo; poi si volse, sentendo un lieve frusciare tra le fronde dei cespugli. Fu allora che la vide; una figura eterea…una ninfa dei boschi dalla bellezza aggraziata e femminea, come quelle ispirate alla sua fantasia di bambino dai racconti del suo precettore. La giovane donna si avvicinava a lui con incedere leggero…la tunica fine e trasparente avvolgeva il suo corpo morbido e perfetto, ondeggiando lievemente ad ogni passo. Alcune soffici ciocche di un delicato castano che rimandavano riflessi dorati erano sfuggite dall’acconciatura che  incorniciava un viso perfetto nel suo ovale e le scendevano fino alla vita, velando il collo e le spalle delicate. Quando l’ebbe di fronte, Ellenico si accorse che sorrideva, ma quel sorriso ingenuo, quasi acerbo, gli parve stonare su quel volto statico; gli occhi, di un azzurro intenso volgente al turchese…lo fissavano immoti…inespressivi.  Era la prima volta che la vedeva, ma non gli fu difficile riconoscere in lei la giovane figlia di Aulo Quinzio. – "Sulpicia." Proferì appena con un filo di voce. La giovane lo guardò solo un istante, poi alzò il viso a osservare uno stormo di uccelli che si levava in volo. – "Sul momento ho creduto di vedere Clodia…tua madre." Riprese a fatica Ellenico avvicinandosi. La fanciulla non distolse lo sguardo…seppure tutto il suo essere manifestava la profonda tristezza che d’improvviso l'aveva pervasa. – "Perdonami." Si scusò il giovane. – "Se ho rinnovato il tuo dolore proprio oggi che già un altro strazio ti opprime." Sulpicia si volse piano.  – "La morte di mio padre ti ha portato qui." Sussurrò con voce atona, quasi surreale. – "Non quella di mia madre." Aggiunse scuotendo il capo. – " Per caso…sai qualcosa delle mie povere amiche? Sai dirmi cosa ne è stato?" Chiese quasi in un soffio. – "Quali amiche?" Chiese Ellenico con trepidazione.  Ma la giovane, ormai si era già rifugiata in quel mondo tutto suo; sorrideva seguendo con le labbra il cinguettio d’un usignolo.  – "A chi stai pensando?" Cercò di scuoterla il patrizio. Sulpicia continuò nel suo canto sommesso ancora per qualche istante. Poi d’un tratto si arrestò. – "Pensavo a Marulla, a Cirta, a Vetulia… le mie ancelle erano poco più che bambine…so…che…non le rivedrò mai più." – "Tu sai, dunque." Continuò il patrizio…scrutandola attentamente. La fanciulla, stringendosi nelle spalle  lo guardò con quella sua aria indifesa…con quegli occhi profondi e distanti che a Ellenico ricordavano tanto il suo mare…tranquillo e allo stesso tempo insidioso…come le onde del suo mare provocavano in lui un turbinio di intense sensazioni. – "A nessuno dovrebbe essere permesso di cogliere dei fiori ancora in boccio." Sussurrò la giovane avvicinandosi a un albero di fico, sfiorando con la mano un ramo quasi spoglio. – "Tanto meno di reciderli." Concluse mesta. Ellenico rimase a guardare l’esile figura che si allontanava fino a scomparire…leggiadra e soave, alla sua vista. Perplesso e pensieroso s’incamminò, mentre il dubbio s’insinuava nella mente. Le apparenze lo avevano portato fuori strada; solo ora, attraverso gli occhi semplici di Sulpicia, riusciva ad intravedere un barlume di verità.

8 giorni alle calende di marzo (22 febbraio 423 a.C.)

Il mio capo è stato avvolto in una pelle di lupo, così che io non possa più vedere né la luce del sole, né l’immensa volta del cielo…devo calzare pesanti zoccoli di legno in modo da non contaminare il suolo poggiando i miei piedi sulla nuda terra. Non faccio più parte della società civile…non sono più un essere umano…sono solamente una belva feroce…un demone da allontanare…da eliminare in modo terribile e definitivo.
La mia schiena brucia…tutto il mio corpo è piagato dalla flagellazione. Le sanguigne verghe di corniolo hanno ferito le mie carni per purificarle dai cattivi prodigi…ora su questo carro…trainato da un paio di buoi dal manto nero, buio come la notte…mi avvio verso la mia ultima…orrenda dimora. Un otre di cuoio mi aspetta…mi porterà fin nel regno degli inferi…galleggiando sulle onde del mare sino a precipitare negli abissi profondi…neppure in quell’ultimo sprazzo di vita potrò godere del silenzio della solitudine…quattro animali prodigiosi saranno cuciti insieme a me nel sacco; un cane immondo…un feroce gallinaccio…un’infida vipera e una scimmia orripilante. Quattro esseri ferini…pronti ad aggredire e a straziare le mie carni; quattro portenti, cui il mio destino è legato per l’eternità. Questa è la mia condanna…questa la terribile sorte per chi commette un parricidio. Il mio cuore è freddo…il buio sotto questo cappuccio mi opprime. Avrei potuto sottrarmi al supplizio, ma, non si deve sfuggire alle proprie responsabilità; ho ammesso la mia colpa…ne affronterò la pena,  ciò varrà come monito per tutto il popolo di Roma. Non manca molto…affinché questo carro finisca la sua corsa. Le mie membra sono gelate…la mia mente è incapace di pensare, quasi del tutto assorbita dalla mostruosità di ciò che mi aspetta. Ma anche a questo punto, seppure lo potessi, non cambierei la mia decisione; mio padre non meritava di vivere. Ha compiuto cose orrende…non avrebbe mai pagato per le sue colpe. Il carro ancora sobbalza…sta già rallentando la sua corsa…ecco; i miei occhi non possono più vedere…il canto degli uccelli mi giunge ancora sonoro e melodioso come sempre. Ero solo una bambina quando mio padre cominciò a infastidirmi con le sue attenzioni morbose…ero ancora una bambina quando approfittò della mia innocenza per saziare i suoi odiosi appetiti…straziando così il mio fragile corpo e la mia mente. Da quel momento, un assurdo senso di colpa si insinuò in me…per lungo tempo scavò nella mia anima…causandomi atroci sofferenze…angosce terribili… quando il giovane tribuno Lucio Siccio mi dimostrò che il suo amore era sincero e pulito…stentai ad aprirgli il mio cuore, tanto era il gelo che provavo nei confronti degli uomini.  Poco a poco imparai a fidarmi di lui…a ricambiare il suo amore. Non durò a lungo…una mano assassina lo uccise. In seguito, mia madre fu ripudiata; così i miei assurdi sensi di colpa, tornarono di nuovo a pervadere la mia anima. Mi convinsi infatti che mio padre l’avesse incolpata di avere una relazione con Lucio Siccio…per questo l’avesse allontanata. Provavo vergogna…soprattutto soffrivo per l’assenza di mia madre che stava pagando una colpa non sua. Tutte queste sofferenze non furono nulla in confronto a ciò che sentii quando ella morì ingurgitando una dose di veleno. Possono esserci limiti al dolore? Non lo so…ma se ci sono…io varcai quella soglia invisibile…dentro di me qualcosa si spezzò irrimediabilmente. Poi fu la volta di Marulla…che scomparve…scomparve in modo del tutto inspiegabile svanì nel nulla…un atroce dubbio iniziò a torturarmi. Cercai a lungo…senza riuscire a trovare alcuna prova…nessun appiglio a cui aggrapparmi…poi…anche Cirta e Palmira sparirono…senza che io potessi far nulla per salvarle. Fu solo, quando, nascosto in una cassa nella stanza di mio padre, trovai un pugnale…quel pugnale che portava le sigle di Lucio Siccio…scomparso il giorno del suo assassinio…solo allora…ebbi la certezza…quella certezza che mi era sempre mancata.  Mio padre aveva ucciso per gelosia l’unico uomo che avevo amato. Mio padre aveva ucciso mia madre dopo averla ripudiata…così che tutti potessero credere che ella aveva preferito la morte alla vergogna…in tal modo…con quel misero colpo di mano, si era liberato di una scomoda testimone. Mio padre…sempre mio padre…aveva abusato di Ma rulla…di Cirta…di Palmira…non si era fatto scrupolo di farle tacere per sempre.  Mio padre aveva cancellato d’un colpo tutti i miei sogni di bambina…rovinato la mia esistenza, ferito il mio cuore; aveva colpito delle bambine innocenti…lo avrebbe fatto ancora… ancora…lo so…lo sento. Il carro si è fermato; qualcuno mi sospinge perché a malapena riesco a stare in piedi…a fatica trascino i pesanti zoccoli…le vesti strappate non coprono la mia pelle lacerata e sanguinante. Un freddo gelido pervade tutto il mio corpo scosso da continui brividi, le tempie martellano impazzite…il cuore sembra scoppiarmi in gola…cerco di farmi forza…di rimanere eretta mentre percorro i pochi passi che mi separano dal martirio.  Tutto è pronto…tutto è compiuto, sento le grida della gente…il verso stridulo di alcuni animali…l’abbaiare di un cane…il rumore delle onde che s’infrangono sulle rocce…il profumo lieve del mare. Poi più nulla.

7 giorni alle calende di marzo (23 febbraio 423 a.C.)

-"Non fartene una colpa." Cercò di rincuorarlo Celio Vibenna. – "Se ci sono colpevoli, quelli siamo noi…per anni gli siamo stati vicini senza accorgerci dei suoi istinti bestiali. Non certo tu." Gli accarezzò con dolcezza il capo, come quand’era un bambino. – "Poi, Sulpicia…era morta da tempo…dal giorno in cui Aulo Quinzio le aveva usato violenza…togliendole così…per sempre il senno." Ellenico sorrise triste. – "No, padre!" Affermò in un sibilo." – "Non era follia la sua…era solo un indicibile dolore…un dolore sconfinato che aveva segnato la sua esistenza…che la spingeva inesorabilmente a cercare la vendetta. Mi è bastato scoprire impresso nei suoi occhi questo tormento, per capire che dovevo esaminare gli avvenimenti da una diversa prospettiva." – "In definitiva." S’intromise Celio. – "Fino ad allora ti eri lasciato condizionare da Aulo…da ciò che lui desiderava far passare per verità." – "Sì, proprio così." Confermò Ellenico.  – "Il pontefice sapeva volgere ogni circostanza a suo favore; Siccio…amava Sulpicia ma Aulo aveva lasciato credere che fosse la moglie la destinataria delle attenzioni del tribuno. In questo modo, si era potuto liberare di Clodia…che mal sopportava quel suo innaturale rapporto con Sulpicia…spacciando.. .poi il suo assassinio…per il suicidio di una donna ripudiata. Anche se poi era stato costretto a ridurre al silenzio il tribuno Siccio…nel timore che la verità trapelasse. Certo, utilizzò un forestiero…un sicario che aveva più di un motivo per abbandonare subito Roma…che avrebbe fatto perdere facilmente ogni traccia di sé." Sembrò terminare Ellenico sospirando e aggrottando la fronte. Poi continuò con calma.  – "Aulo Quinzio non lasciava nulla al caso…non aveva scrupoli di sorta. Basta pensare alle voci che s’intrecciarono per la sparizione delle giovanissime schiave; non potendole far sopire…non ebbe alcuna remora ad indirizzare i sospetti sul figlio Cneo, pur che si allontanassero dalla propria persona." – "In fondo." S’intromise Celio. – "Non avrebbe intaccato più di tanto la rispettabilità del figlio. Certo." Proseguì con tono mesto. – "Ai Romani fa piacere parlar male dei vizi altrui…non perché siano interessati alla sorte di uno schiavo;  la loro vita conta poco più di nulla." – "Ne sono consapevole; tuttavia è indicativo dell’accortezza con cui il pontefice procedeva e della sua capacità di inquinare la verità con sordide menzogne." Il giovane s’interruppe il tempo di aggiustare le coltri che avvolgevano Celio. – "Ma nessuno è infallibile…anche lui commise un errore che si sarebbe rivelato fatale. Tutti a Roma erano in grado di riconoscere il pugnale di pregevole fattura che Lucio Siccio esibiva con orgoglio in ogni occasione. Di quest’arma così facilmente riconoscibile, s’erano perse le tracce al momento della morte del tribuno…finché fu ritrovato da Sulpicia, riposto tra le cose di Aulo Quinzio. La fanciulla, pur avendo la mente sconvolta, comprese, che  chi era in possesso del pugnale di Siccio…non poteva che esserne l’assassino. Per anni s’era ritenuta colpevole della morte della madre, e il senso di colpa aveva esasperato la sua indole introversa rendendola ancor più estranea al mondo che la circondava. S’era chiusa in sé stessa cercando conforto nella solitudine, tanto che gli altri confusero questa sua ritrosia per follia. Ora, quand’ormai la vita non aveva altro da offrirle, scopriva d’essere stata vittima delle trame del padre e non la causa di tutto." A quel punto, Ellenico abbassò il capo rattristato, vinto dallo sconforto. – "Non aveva scelta; la morte della madre…le sofferenze delle giovani schiave…le pene che aveva sopportato…pene che avevano minato la sua mente e la sua esistenza…andavano vendicate. Aulo Quinzio non meritava di vivere…doveva morire…affinché non nocesse più…affinché non fosse più la fonte di altri lutti…di altre pene. " Vibenna guardò il giovane con orgoglio. – "Scoprire che Sulpicia non fosse posseduta più di tanto dal demone della pazzia…come voleva far credere…e come tutti hanno…e abbiamo…sempre creduto…ti avrà certamente aiutato. Tuttavia." Considerò perplesso." – "Le sensazioni possono anche dimostrarsi fallaci…tu non potevi contare solo su di esse." Ellenico scuotendo appena il capo, rispose.  – "Ho messo anche in pratica i tuoi insegnamenti. Ricordi? Mi dicevi sempre…se vuoi comprendere  la trama a cui le azioni si attengono…fai luce sui punti oscuri…è quello che ho cercato di fare." Recitò…quasi fosse una poesia di Ovidio…poi….. schiarendosi la voce continuò.  – "Nell’uccisione del pontefice, due circostanze mi lasciavano perplesso; il luogo e il modo. Non riuscivo a comprendere…come mai Aulo Quinzio…prudente per natura…si fosse appartato in un luogo solitario con chi avrebbe potuto arrecargli un danno. Quel boschetto."  Pensavo. – "Non era certo il luogo più adatto per incontrarsi con uno dei suoi nemici politici. Questa, fu la prima considerazione che mi fece escludere Cornelio Fidenate e Metello Minore…e…….sia pure per altri motivi…anche il figlio Cneo." – "Certo…certo…Cneo lo vedeva tutti i giorni…non avrebbe avuto bisogno di fissare un incontro con lui." Dedusse Celio, che però rimase pensieroso. – "Alla stessa conclusione, tuttavia, potevamo arrivare, anche per Sulpicia." – "I folli non devono giustificare le proprie stranezze." Sottolineò Ellenico.  – "Non dimenticare che Sulpicia era ritenuta tale. Sicuramente Quinzio trovò stravagante la richiesta della figlia, ma non se ne dette più di tanta pena…per altro…non aveva nulla da temere da una donna soggiogata ai suoi voleri da tempo. Anche il modo in cui era avvenuta l’uccisione, mi  ha fatto capire e indirizzare verso Sulpicia. Solo lei poteva essersi incontrata con il pontefice quella tragica sera. L’assassino." Spiegò. – "Aveva inveito sul cadavere a tal punto da ridurre i genitali della vittima…ad una massa informe. Ci doveva essere un perché…una spiegazione a questa selvaggia violenza." La voce gli mancò e non seppe andare oltre. Il vecchio Vibenna cercò di rincuorarlo. –Enrico Andreini "Non devi aggiungere altro…il suo gesto è comprensibile; solo Sulpicia aveva un motivo per accanirsi così sul corpo di Aulo Quinzio." – "C’è un’altra questione." Riprese Ellenico. – "Pensa per un istante al giorno scelto dalla fanciulla per compiere il delitto." – "Sì, ci riflettevo anch’io…il giorno dei Lupercali…il giorno dedicato a garantire la fertilità delle nostre donne; quel gesto così violento con cui ha voluto colpire il simbolo stesso della fecondità, mi fanno sospettare che la fanciulla avesse un altro scopo." – "Proprio così padre… lanciare una maledizione contro Roma che l’ha lasciata sola…che non ha saputo capire i suoi tormenti." – "Ma anche un monito per le nostre leggi che concedono a un padre di avere il potere di vita e di morte sui propri figli." Sottolineò Celio. – "A ulteriore scherno delle nostre pretese virtù, Sulpicia è andata incontro al suo calvario come il migliore dei cittadini romani non avrebbe saputo fare… quanto diversa dal fratello…così soggiogato dai suoi ideali da perdere di vista la realtà." Commentò con tono acre. – "Cneo, naturalmente, non si era accorto di nulla; nel suo mondo non c’è spazio per il dubbio. Troppo netto per lui il confine che delimita il bene dal male." Sussurrò avvilito Ellenico. S’incamminò, verso casa…Roma s’andava addormentando rasserenata…lo scalpiccio dei suoi passi era il solo lamento che turbava il rigido silenzio. Guardò il cielo…volgeva al tramonto…il chiarore e il buio si mescolavano indefiniti, in un tenero abbraccio…come il bene e il male. Vi sono confini, pensò Ellenico, che neppure gli dèi saranno mai in grado di tracciare…confini che restano incerti…soprattutto nell’animo degli uomini.  Così era stato per Sulpicia; allo stesso tempo vittima e carnefice.  Così per lui stesso, che aveva reso e calpestato la giustizia.  (23 febbraio 423 a.C.)
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