Tonino e Beppa

 
Enrico Andreini Tonino e Beppa, una vita trascorsa come  malati, “disagiati psichici” si dice adesso, al tempo erano chiamati semplicemente, “matti”. Si erano visti da sempre, ma avevano cominciato a parlarsi  solo da quando si erano incontrati in camera di Angelo. La camera era conosciuta come la camera dell’arcobaleno, o la camera dei colori. Da quando Angelo, loro compagno di malattia, aveva  “rubato” dalla locale falegnameria dei barattoli di vernice di diversi colori e aveva colorato i vetri della sua camera. – “Per vedere i colori della vita” aveva detto. Così in molti avevano cominciato a frequentare la camera, stavano seduti sul letto o per terra a ore intere. Chi pregava, chi  guardava ammutolito, chi commentava nei modi più disparati questa novità, questo fatto insolito. Tonino era sui cinquant’anni, capelli sale e pepe, denti molto radi, resi marroni dalla nicotina delle sigarette che fumava in gran quantità. Non era molto alto, quando guardava strizzava l’occhio destro, quasi a concentrarsi sul soggetto delle sue mire. Aveva mani adunche, quasi da rapace, l’artrite e la malattia mentale lo avevano minato anche nel fisico, oltre che nella mente. Camminava male, caracollando da una gamba all’altra,  in  un precario equilibrio, da uccello acquatico. Parlava poco, non aveva  amici, un po’ per il carattere, un po’ perché queste malattie non sono certo  conosciute come socializzanti. La prima volta che era stato nella camera di Angelo per vedere, come tanti, i vetri colorati, si era seduto per terra in ammutolito silenzio, guardava i vetri strizzando il suo occhio e scotendo ripetutamente la testa, senza parlare con nessuno. Arrivato il tramonto, quando i vetri persero i suoi colori, si alzò, sempre scotendo la testa  si recò in sala televisione a contemplarne lo schermo come faceva abitualmente. Ma qualcosa in lui era cambiato, vedendo quei vetri aveva scoperto un mondo nuovo, un mondo fatto di colori, un mondo che andava contemplato e sul quale bisognava riflettere. Continuando ad andare a vedere i colori, si era trovato seduta vicino la Beppa. La Beppa sui cinquantacinque anni, capelli bianchi lunghi, trascurati nonostante le infermiere la pettinassero, lei continuava a scarduffarsi. Non aveva nemmeno un dente, era piccola di statura, da tanto che camminava male e stava piegata su se stessa era diventata gobba. Guardava dal basso in alto, fissamente, senza espressioni di sorta. D’altronde era ricoverata da quando era bambina. Un giorno a scuola aveva dato in escandescenze, l’avevano portata a casa, dove aveva manifestato dei disagi anche nei giorni a seguire, tanto da consigliarne il ricovero in ospedale. Da lì il passo fu breve, in poco tempo si ritrovò in manicomio, dove  poco per volta era cresciuta e invecchiata dimenticata da tutti. D’altra parte sulle malattie spico-mentali in Italia da sempre c’è un velo d’oblio e di silenzio, quasi se a non parlarne non esistessero. Lo fanno le istituzioni, lo fanno le famiglie tacciate per sette generazioni  ad avere un malato in casa. La stessa sorte della Beppa era comune alla maggioranza dei malati, le famiglie, gli amici si staccavano, il malato viveva nel limbo. Era vivo ufficialmente, ma civilmente era morto. L’unica amica della Beppa era vecchia bambola, di pezza, che talmente era sudicia non  si sapeva più di che colori era fatta e vestita. La strascinava per un braccio tutto il giorno, ovunque andasse, alla notte quando andava a letto se la portava sotto le coperte, la stringeva e a volte le dava un bacio furtivo, quasi se ne vergognasse. La bambola era tutto il suo universo, tutto il mondo che conosceva, tutto il mondo che amava. Anche lei come Tonino andava a vedere i colori. Si sedeva, prendeva la sua bambola in braccio, le indicava i colori, la cullava a lungo fissando il sole che passava dietro ai vetri rendendoli splendenti. Così giorno dopo giorno, sedevano vicini la Beppa e Tonino, finché un giorno lui si voltò e le disse strizzando il suo occhio. – “L’hai visto? Bello eh? Lo avevo già visto ieri quello che vola da un colore all’altro. Oggi l’ho rivisto….. l’hai visto anche tu?….. Io credo sia un Angelo…..si…..si….è un Angelo…… è uguale a quello che ho visto nel disegno, l’hai presente quello con le piume, giù nel corridoio di sotto….. sai….. quello che facciamo quando si esce fuori?” La Beppa era rimasta a guardarlo in silenzio quasi non avesse sentito. Poi tutto d’un fiato, senza guardarlo gli aveva risposto. “Non ho visto nessuno. Io non vedo mai nessuno, non parlo con nessuno e non voglio nessuno.” Con qualche difficoltà si  alzò e brontolando  uscì, lasciando solo il suo interlocutore. Il giorno dopo non si face vedere nella stanza dei vetri e nemmeno i giorni seguenti. Tonino si sentiva a disagio, non sapeva il perché ma non era lui. Affacciandosi alla finestra che dava sul cortile interno vide la Beppa seduta su una panchina, scese le scale, uscì fuori e le andò seduto vicino, rimanendo in silenzio. Tutti e due guardavano Carlo intento ad incidere l’intonaco del muro con la fibbia della sua cintola. Rimasero ore a guardare, senza  guardare, perché il loro era uno sguardo vuoto, inespressivo, uno sguardo nel vuoto. Nel vuoto, come vuota era la loro esistenza. A sera la Beppa cercò di alzarsi, viste le sue difficoltà nel farlo, Tonino le tese le mani e l’aiutò a raggiungere la posizione eretta, poi in silenzio si incamminarono verso l’interno. Nel grande refettorio Tonino la cercò con gli occhi, quando la vide, prese il suo piatto e il suo bicchiere d’alluminio e andò verso il  tavolo e si sedette. Lei rimase in silenzio, lui prese ciò come un segno d’assenso e cominciò a mangiare. Così fece nei giorni a seguire, lei lo guardava in silenzio stringendo la sua bambola, lui ogni tanto la guardava strizzando il suo occhio, quando si alzava l’aiutava, sempre in silenzio, lei accettava di buon grado l’aiuto e assieme si incamminavano nei lunghi bianchi corridoi. Tranne la notte che ognuno passava nella sua camera, per il rimanente tempo erano sempre assieme. La Beppa aveva accettato l’amicizia di Tonino, parlavano tra loro, parlavano del mondo che li circondava, poca cosa, ma già un miglioramento per due che erano tutto meno che socievoli.Quando lei si alzava, lui l’aiutava, lei dopo essersi alzata lo prendeva sotto braccio e si incamminavano per i corridoi e per il grande parco dell’ospedale. Da tanto che stavano assieme gli infermieri e i medici li chiamavano i fidanzatini. Il tempo passava e vedeva il Tonino e la Beppa sempre più uniti, uno era l’ombra dell’altra. Si parlavano poco, ma non serviva parlarsi, si intendevano con lo sguardo, si capivano, del resto avevano la stessa storia alle spalle. Un giorno Tonino osò di più, quando diede la mano alla Beppa che si alzava dalla panchina su cui era seduta, d’un tratto la baciò. Un bacio timido, furtivo, rubato sulla guancia, ma questo bastò a far sentire alla Beppa che qualcuno, finalmente qualcuno le voleva bene e si occupava di lei. Quando arrivarono in cima alle scale, anche lei lo ricambiò, sempre con un bacio veloce sulla guancia. Un bacio che bruciò come fuoco sulla guancia del Tonino. Dopo quei due baci veloci, furtivi, tutto cambiò nella testa di Tonino, si faceva strada la possibilità di proteggere la Beppa e di pensare anche per lei che ne sembrava incapace. I giorni passano lenti a cose normali, quando si vive in ambienti del genere, sembrano fermarsi del tutto. Enrico Andreini La Beppa era peggiorata nella  malattia. Il più delle volte rimaneva a letto, non si alzava, parlava ancora meno  di prima e sembrava avere difficoltà anche a riconoscere il povero Tonino. Il quale rimaneva, ore, amareggiato e pensieroso seduto al suo capezzale, ogni tanto le passava la mano sulla fronte o le dava un rapido bacio sulle guance. Nella sua testa si faceva strada la possibilità di poter liberare l’amata dalla sua malattia. Ma non sapeva come, o a chi rivolgersi. Una delle rare sere che erano usciti fuori in giardino,  fatte le due rampe di scale, con sulla destra l’alto corrimano che serviva perché i malati con manie suicide non si potessero buttare nella tromba delle scale, arrivati in cima, Tonino disse alla Beppa di aspettarlo. Andò in sala televisione e presa una sedia tornò sui suoi passi. Posò la sedia vicino all’alto corrimano, si voltò  e disse alla Beppa. – “Ti fidi di me?” Lei acconsentì con la testa, non parlava quasi più. Lui continuò. – “Allora sali…sali sulla sedia, veloce prima che ci veda l’infermiere. Stasera ti libero. Ti libero dalla malattia. Ti offro l’eternità. L’eternità fatta d’amore….l’eternità non più nella malattia……sali….sali velocemente.” Una volta che fu salita, salì anche lui, le prese la mano, un infermiere li vide e urlò…… troppo tardi Tonino e la Beppa erano saltati. La loro fuga d’amore era durata solo due rampe di scale, ma in quelle due rampe avevano trovato la loro libertà,  la dignità che non avevano mai avuto prima, ma soprattutto avevano trovato l’amore…l’amore eterno, l’amore che ancora oggi viene raccontato….l’amore del Tonino e della Beppa.  
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