La fotografia

 
Enrico Andreini E' possibile innamorarsi di una fotografia? In realtà succede a tutti di invaghirsi di persone viste solo in fotografia… di solito sono attori… attrici… modelle. Lui, invece, si era proprio innamorato di una persona comune. A pensare che l'aveva vista solo in quella foto, poteva sembra stupido;  diciamo, quantomeno cosa da adolescenti. E dire che non era più un ragazzino alle prime cotte… oramai, aveva  superato i quaranta. Eppure, appena aveva posato gli occhi sul  quel volto, qualcosa gli era scattato dentro. Da inguaribile romantico qual era, aveva sempre creduto nella teoria dell'anima gemella… nell'altra metà della mela, cosa che per i più era, al massimo, una curiosa favola per bambini ingenui. Lui, poteva essere tutto… certamente non un ingenuo. Certo non poteva dire di aver vissuto nel lusso, ricordava un'infanzia fatta di miseria… sua madre che si arrabattava come poteva per farlo studiare,  ricordava ancora le difficoltà con i coetanei, sia per il suo carattere timido e riservato che per l'evidente differenza esteriore; differenza,  che lo emarginava dagli altri ragazzi, tutti di famiglie benestanti… vestiti all'ultima moda. Aveva dovuto sudare sodo per uscire dalla miseria; dal ghetto invisibile che gli avevano cucito addosso. Adesso poteva dirsi arrivato; era un professionista affermato, scrupoloso e stimato, il suo lavoro gli rendeva parecchio, soprattutto da quando aveva deciso di mettersi in proprio. Ecco perché non riusciva a spiegarsi questo rigurgito di romanticismo in un animo come il suo, indurito dalle cicatrici della vita. Alla fine si era arreso all'evidenza; si era innamorato di quella ragazza. Non era solo la sua bellezza che lo aveva colpito… anzi, a dire il vero non era particolarmente bella; era quello che provava guardandola… era… come se l'avesse sempre conosciuta… era… come se la sua vita,  fosse stata solo una lunga attesa… per questo incontro magico. Intravedeva nei suoi occhi profondità che aveva smesso da tempo di cercare nella vita normale, negli incontri casuali di tutti i giorni… era sicuro… certissimo… era di fronte alla sua anima gemella… alla donna della sua vita. Ne ebbe ulteriori conferme quando riuscì a rintracciarla,  iniziando, così a seguirla, tutti i giorni. Scoprì che Karen, così si chiamava, aveva molte cose in comune con lui. Amava leggere  la vedeva spesso in un parco  seduta su una panchina immersa in un libro. A volte la vedeva andare al cinema o a teatro, sempre da sola… sempre senza suo marito. Eh, sì, perché era sposata… come del resto lo era lui. Si era sposato, come spesso diceva tra sé e sé, per inerzia. Dopo un lungo fidanzamento, con una brava ragazza, che non gli rendeva la vita difficile e non lo assillava… magari era stato così anche per Karen… usciva troppo spesso da sola; sembrava, che come lui, non condividere nulla col proprio partner. In brevissimo tempo riuscì a sapere tutto di lei; usciva di casa alle 7.10, prendeva la metropolitana, arrivava in ufficio alle 7.50. Lavorava come "editor" in una casa editrice. Pranzava di solito verso le 12.45, usciva con una collega, quasi sempre nello stesso bar, dove ormai la conoscevano tutti, alle 13.30 precise rientrava in ufficio; di solito finiva di lavorare alle 17, poi si fermava in qualche negozio o in una libreria; a volte andava fino al parco e lì, si fermava  a leggere per un paio d'ore. Adesso stava leggendo una raccolta di racconti di Carver. Sapeva quasi tutto di lei; il suo colore preferito doveva essere il nero, si vestiva  spesso di questo colore… o, molto semplicemente… sapeva che le stava bene. Le piacevano il gelato al cioccolato, la pizza, la cucina indiana, gli animali… nonostante non avesse un animale che le facesse compagnia. Si accontentava di accarezzare  cani e  gatti che passavano vicino a lei nel parco. Stava seriamente pensando di regalarglielo lui un cane, un cane tutto suo che le facesse compagnia tutto il giorno. Questo… era un brutto segno, voleva dire che stava iniziando a fantasticare. Pensare che fino a quel momento, pensava di essere troppo vecchio,  per fantasticare su una persona a cui, tra l'altro, non aveva mai nemmeno rivolto la parola… ma… continuando nei suoi sogni interiori…. concludeva pensando che in fondo non c'era nulla di male… era tutto… frutto della sua fervida immaginazione… almeno… per ora. Però… però… quante volte concludeva che avrebbe desiderato che la cosa si avverasse veramente, che divenisse reale… non solo… fantasia. Era sempre più convinto che il suo istinto non lo aveva tradito, quella era la donna ideale per lui, per la sua vita, la donna che avrebbe potuto farlo felice. Aveva deciso… i tempi erano maturi. Ormai doveva trovare solo il momento, la scusa e il posto giusto per avvicinarla.  A questo solo  pensiero provava una fitta allo stomaco, il suo cuore palpitava impazzito, come non gli capitava da molti anni. Accadde una sera, era seduta su una panchina  nell'angolo più lontano del parco,  dove i fitti alberi la isolavano dalla strada  racchiudendola in una magica conchiglia di verde, sembrava quasi che il bellissimo paesaggio bucolico fosse stato ideato dal magico tocco di un inspirato regista. Gli sembrava di vivere in una soap-opera,  sentiva le gambe tremare mentre le si avvicinava; quando lo vide arrivare, sorrise. Lei… gli sorrise davvero… non era una sua impressione. Allora… allora, aveva ragione? Anche lei, sembrava averlo riconosciuto… anche lei sembrava aver visto in lui, con una semplice occhiata, quello che aveva sempre cercato. Non si accorse di nulla, non ne ebbe il tempo.  Il proiettile la colpì dritta al cuore; in pochi istanti fu priva di coscienza… pochi minuti dopo giaceva riversa sulla panchina, il sangue usciva dalla ferita macchiando la panchina, sembrava una scena di "Profondo Rosso", film che l'uomo amava in maniera particolare… quasi maniacale… lo aveva visto minimo dieci volte, sapeva tutto… aveva memorizzato tutto. Lui adesso era l'onnipotente… ma a differenza del regista "Dario Argento"… lui non fingeva… lui uccideva… doveva placare quella sua sete… quella arsura. Con calma, l'uomo svitò il silenziatore… soffiò dentro la canna della pistola con cura, prima di riporla… sempre con calma  in una  tasca del cappotto. Enrico AndreiniLo aveva visto fare tante volte da "Humphrey Bogart"… quando era bambino… era il suo attore preferito, impersonava perfettamente il killer gentiluomo… così cercava di imitarlo… quando poteva. Adesso, era in piedi sul molo, il vento gli scompigliava i capelli, stava guardando per l'ultima volta la fotografia. Nelle favole avrebbero vissuto per sempre felici e contenti. Nella realtà… lui… lui era un professionista, non poteva rifiutare l'incarico per cui il marito di Karen lo aveva pagato. Per cosa, poi? Per un ridicolo sospetto di tradimento. Il tutto condito da un'assicurazione milionaria, del quale il gentil consorte era l'unico erede. Si tolse dalla tasca un accendino… bruciò la fotografia. Non sembrava particolarmente rattristato.  – "Ho fatto la cosa giusta."  Disse  dentro di sé mentre solo un angolino di carta bianco tendente al beige restava tra le sue dita. – "Sì, ho fatto la cosa giusta." Ripeteva tra sé, mentre un vuoto, dentro di lui, in profondità, stava crescendo. I gabbiani gli volavano intorno,  per niente spaventati dalla sua immobilità. Si allontanò canticchiando dentro di sé la canzone del film "Casablanca" , mentre anche l'ultimo angolino della fotografia era svanito in una nuvoletta di fumo che pian piano cercava di raggiungere Karen su in cielo. Si voltò indietro, prese dalla tasca interna del cappotto una piccola fiaschetta di metallo, la portò alla bocca e scimmiottando Bogart disse – " It's looking at you, kid."
"Alla tua salute bambina… alla tua salute".
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