Il fumo uccide

 
fantasmi Nell’agosto del 2008 Pisa fu colpita da un’ondata di caldo che non si registrava da anni e l’utilizzo dei condizionatori sovraccaricò la rete elettrica. La notte tra il 7 e l’8 di agosto un black-out paralizzò completamente alcune zone della città.
 
Enrico si trovava in casa da solo in un appartamento in zona Piagge; i suoi genitori erano già in vacanza. Lui era rimasto a Pisa a studiare per un esame di Diritto Privato che voleva dare a settembre. Era appena passata la mezzanotte, la luce mancava già da più di un’ora. Nel buio della sua casa trovò una candela… la accese. Andò sul balcone sperando di trovare un po’ di vento notturno. Tirò fuori dal taschino della sua camicia le sigarette. Aveva deciso di smettere, ma una ogni tanto se la concedeva ancora. Guardò la scritta nera in grassetto che spiccava sul pacchetto. “IL FUMO UCCIDE”. Stava per rinunciare e per andare a dormire. – “ ... Beh, non sarà certo questa sigaretta ad uccidermi...” Pensò. Ne prese una,  la accese direttamente dalla fiamma della candela. La città immersa nel buio e semi-deserta per le vacanze estive creava un’atmosfera irreale, quasi  onirica. Le uniche luci che si vedevano erano quelle dei fari delle poche macchine che ogni tanto transitavano per strada. Nel palazzo di fronte quasi tutte le finestre erano chiuse con le tapparelle abbassate, segno dell’assenza dei proprietari partiti per chissà dove. L’unica aperta era quella del secondo piano, si intravedeva una luce rossastra, creata da dei lumini appoggiati sul davanzale. La tenda era tirata, Enrico intravedeva le sagome di due persone all’interno dell’appartamento. Fece un ultimo tiro dalla sigaretta  gettò il mozzicone ancora acceso nel vuoto. Lo osservò precipitare, toccare l’asfalto e spegnersi lentamente. Come molti fumatori che hanno deciso di smettere si ripromise che quella sarebbe stata l’ultima. Stava per rientrare in casa quando l’urlo di una donna squarciò il silenzio della notte pisana senza luci. Si girò di scatto, volse lo sguardo all’appartamento di fronte. Riconobbe chiaramente dietro la tenda la sagoma di una donna di profilo. Al di sotto della curva dei seni qualcosa di stretto e lungo formava un angolo retto con il suo corpo. Vide un'altra persona avvicinarsi ed estrarlo con violenza dal corpo della donna; capì subito che si trattava di un coltello. La donna urlò ancora, un’ultima volta, poi l’uomo le infilò la lama nel collo.
Enrico osservò la scena a bocca aperta, involontario spettatore di un macabro teatrino di ombre proiettate nel buio della notte. Si guardò intorno, la strada era deserta, nessun altro si era affacciato da altre finestre. Possibile che fossero tutti in ferie? Nessun altro aveva sentito quell’urlo? Riportò lo sguardo all’appartamento di fronte;  l’uomo in quel momento sembrava come accovacciato per terra,  con il coltello in mano stava colpendo ripetutamente la sua vittima. Enrico cercò di riprendersi dallo shock , prese il telefonino dalla tasca dei suoi calzoni. Era spento. Lo accese e solo per qualche secondo apparse la scritta “Batteria scarica”, accompagnata da un fastidioso “Beep”. Poi il telefono si spense di nuovo. – “Merda... non posso neanche metterlo in carica!” Rientrò in casa  corse al telefono fisso. Alzò la cornetta. Muto. Schiacciò ripetutamente i tasti della linea. Nessun segnale. Seguì con lo sguardo il filo del telefono che si infilava nella centralina di Fastweb situata sotto il tavolino. Le luci verdi che di solito indicavano il corretto funzionamento delle linee voci e dati erano spente. – “ ... Ovvio: anche la centralina funziona con l’elettricità.” Il panico iniziò a crescere, ritornò sul balcone e cominciò ad urlare. – “ EHI!!! C’E’ NESSUNO???? STANNO AMMAZZANDO UNA DONNA!!! AIUTO!!!! BISOGNA CHIAMARE LA POLIZIA!!!” Nel momento in cui terminò di sgolarsi vide la tenda dell’appartamento scostarsi. L’uomo, con il coltello ancora in mano, lo guardò. Allungò il braccio e tese la lama verso di lui. Poi sparì. Enrico rimase paralizzato per alcuni secondi. Non riusciva a pensare. Riprese il cellulare nella speranza di riuscire ad accenderlo, ma le batterie non si ricaricano nella tasca dei pantaloni. Cercò con gli occhi in strada la presenza di qualcuno; con suo sollievo vide arrivare un uomo che stava portando il cane sul viale. – “Dio... ti ringrazio...” Pensò. – “SCUSI, SIGNORE, E’ UN EMERGENZA! SCUSI!!” L’uomo col cane si fermò e guardò verso l’alto. – “MI SCUSI, HO IL TELEFONO BLOCCATO, BISOGNA CHIAMARE SUBITO LA POLIZIA!!” L’uomo col cane lo guardò con diffidenza, chinò la testa e si rimise a camminare verso il viale. – “NOOOO!!! ASPETTI!!! NON E’ UNO foto di Enrico AndreiniSCHERZO! CREDO CHE ABBIANO AMMAZZATO UNA DONNA NEL PALAZZO DI FRONTE! LA PREGO ASPETTI!!” L’uomo col cane si fermò e rialzò la testa. Successe poi tutto in fretta e Enrico per la seconda volta nel giro di pochi minuti fu testimone di un omicidio. Dal portone del palazzo di fronte l’assassino uscì senza fare rumore. Si avvicinò all’uomo col cane. Enrico lo vide all’ultimo momento. Non fece in tempo a gridare nulla. L’assassino tagliò la gola all’uomo con il cane, che cadde a terra in una pozza di sangue. Il suo migliore amico iniziò a ringhiare e fece per scagliarsi contro lo sconosciuto, ma ancora prima di riuscire ad azzannarlo venne colpito al ventre dal coltello e cadde a terra vicino al suo padrone. L’assassino guardò in alto e per la seconda volta gli indicò la lama della sua arma. Si avvicinò al cancello del palazzo, si mise il coltello fra i denti, appoggiò il piede su una sbarra e con le mani si issò verso l’alto. Scavalcò il cancello  si fece ricadere all’interno. Enrico corse in casa, aprì la porta e uscì sul pianerottolo. Si ritrovò nel buio più totale. Sapeva benissimo che nel suo condominio non c’era nessuno, erano già tutti  partiti. Sentì dal basso il rumore della porta delle scale che si apriva,  dei passi che iniziavano a salire. Rumore di gomma sul marmo delle scale.
GNEEK... GNEEK... GNEEK. Non poteva fuggire da lì, si sarebbe trovato faccia a faccia con l’assassino. Stava per rientrare in casa per barricarsi dentro, quando realizzò che abitando all’ultimo piano l’assassino avrebbe potuto salire in soffitta e da lì calarsi facilmente sul suo balcone. Lo aveva fatto anche lui una volta che era tornato tardi di notte e si era accorto di non avere le chiavi di casa. Una volta sul balcone aprire le finestre ed entrare in casa era un gioco da ragazzi. Non poteva neanche chiudere le tapparelle; erano elettriche. Il buio però poteva essere sfruttato anche a suo favore, non era il solo a non vedere nulla. Poteva scendere di uno o due piani, acquattarsi nell’angolo del pianerottolo lontano dalle scale, aspettare l’assassino, farlo passare, poi scendere senza fare rumore. Chiuse la porta di casa, si tolse le scarpe per evitare di far sentire i suoi passi e scese al sesto piano. Si mise in ascolto. GNEEK... GNEEK... GNEEK Il rumore dei passi dell’assassino era vicino. Non aveva tempo di scendere di un altro piano. Tastando il muro con le mani si diresse verso l’angolo del pianerottolo. Con le dita premette involontariamente il campanello dell’appartamento di quel piano. Una goccia di sudore scese velocemente dalla sua fronte. Nessun rumore; fortunatamente anche i campanelli sono elettrici. Si schiacciò contro il muro ed attese. Udì i passi salire e farsi sempre più vicini.
GNEEK... GNEEK... GNEEK L’assassino era al quinto piano, appena sotto di lui. Enrico iniziò a sentire anche una voce che sussurrava. – “Ti piace il buio eh?... Sì... sì... mi piace, molto... ci si nasconde bene. E’ bello il buio... si uccide bene al buio...”
Gli si gelò il sangue nel sentire quel bisbiglio, capì che quell’uomo non solo era un assassino, ma era anche completamente pazzo. I passi arrivarono lentamente al suo piano. GNEEK... GNEEK... GNEEK. Sentì l’uomo poggiare i piedi sull’ultimo gradino,  poi fermarsi. Non si vedeva nulla, le scale non avevano finestre, si trovavano nel buio più totale. foto di Enrico AndreiniL’assassino doveva essere a non più di un metro di distanza da lui e continuava a parlare da solo. Lui trattenne il fiato. Sentì il rumore di un passo. Un altro. GNEEEK GNEEK . L’uomo stava per avviarsi all’ultima rampa di scale, quella che portava al suo appartamento. All’improvviso dai piani inferiori iniziò a suonare un allarme. Enrico lo riconobbe subito, era l’antifurto della ditta del primo piano. Intuì subito cosa stava accadendo, se l’antifurto si era messo in funzione era perché la corrente era stata riattivata. Non fece in tempo a finire di formulare il pensiero, dai piani inferiori vide le luci delle scale iniziare ad accendersi. Il bagliore si propagava dal basso verso e l’alto… arrivò in un attimo al sesto piano. Era ancora immobile, appiccicato al muro. L’assassino si girò. I loro sguardi si incrociarono per un attimo. L’assassino iniziò a ridere. Alzò il coltello e lo colpì in pieno petto. Dal taschino della camicia della vittima volò fuori il pacchetto di sigarette. Cadde per terra. L’ultima cosa che vide Enrico prima di ricevere il secondo colpo fu la  scritta nera in grassetto che spiccava sul pacchetto di sigarette.  “IL FUMO UCCIDE”.

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