L'ombrello giallo


ombrello gialloUn grigio e monotono giorno di pioggia di qualche anno fa, fu scosso da un grave fatto di cronaca, passato alla storia come il caso dell'ombrello giallo. Dunque passiamo ad analizzare i fatti per come andarono.
Era un sabato, ed era  tarda mattina quando l'anziana signora Gemma Panicucci, nonostante piovesse e facesse freddo si recò  a confessarsi nella chiesa di Santa Cristina, in Lungarno Gambacorti, a due passi dal palazzo omonimo sede della giunta comunale, come faceva abitualmente da circa un decennio, quando suo malgrado era rimasta vedova. Come sempre era entrata, si era inginocchiata davanti il grande crocifisso copia del più celebre crocifisso di Domenico Un grigio e monotono giorno di pioggia di qualche anno fa, fu scosso da un grave fatto di cronaca, passato alla storia come il caso dell'ombrello giallo. Dunque passiamo ad analizzare i fatti per come andarono. Un grigio e monotono giorno di pioggia di qualche anno fa, fu scosso da un grave fatto di cronaca, passato alla storia come il caso dell'ombrello giallo. Dunque passiamo ad analizzare i fatti per come andarono.
Era un sabato, ed era  tarda mattina quando l'anziana signora Gemma Panicucci, nonostante piovesse e facesse freddo si recò  a confessarsi nella chiesa di Santa Cristina, in Lungarno Gambacorti, a due passi dal palazzo omonimo sede della giunta comunale, come faceva abitualmente da circa un decennio, quando suo malgrado era rimasta vedova. Come sempre era entrata, si era inginocchiata davanti il grande crocifisso copia del più celebre crocifisso di Domenico Un grigio e monotono giorno di pioggia di qualche anno fa, fu scosso da un grave fatto di cronaca, passato alla storia come il caso dell'ombrello giallo. Dunque passiamo ad analizzare i fatti per come andarono.
Era un sabato, ed era  tarda mattina quando l'anziana signora Gemma Panicucci, nonostante piovesse e facesse freddo si recò  a confessarsi nella chiesa di Santa Cristina, in Lungarno Gambacorti, a due passi dal palazzo omonimo sede della giunta comunale, come faceva abitualmente da circa un decennio, quando suo malgrado era rimasta vedova. Come sempre era entrata, si era inginocchiata davanti il grande crocifisso copia del più celebre crocifisso di Domenico
Passignano davanti al quale nel 1375 Caterina Benincasa, conosciuta al mondo come Santa Caterina  da Siena ricevette le stimmate e portato a Siena nella casa madre nel 1563. Entrando in chiesa aveva gettato un'occhiata al confessionale dove abitualmente confessava padre Roberto Addison che a dispetto del nome anglo-americano, era di origine argentina, ma da anni ormai viveva e operava nella nostra città. Padre Roberto aveva circa cinquantacinque anni, alto, massiccio, capelli neri dai quali cominciava a far bella mostra qualche filo d'argento. Era conosciuto e benamato da tutti, sempre disponibile, aveva un filing particolare con i più giovani e con i più anziani.
Dunque la signora Gemma aveva notato che in quel momento padre Roberto era occupato in una confessione, distrattamente vide che stava confessando un uomo, per il resto la chiesa era deserta. Si recò a pregare in ginocchio dinanzi al crocefisso. Passato un po’ di tempo, sentì la porta della chiesa sbattere, giratasi, non vide nessuno, intuì che l'uomo del confessionale doveva essere uscito. Finì la sua preghiera, si rialzò e si recò dinanzi al confessionale aspettando come sempre un cenno da padre Roberto. Il cenno tardava ad arrivare, lei guardando l'orologio, vedendo che mancava poco a mezzogiorno, si alzò dalla panca ed entrò nel confessionale, vide attraverso lo spioncino il prete con la testa piegata in avanti, quasi fosse assorto in preghiera.
Lo chiamò, non udendo risposta e vedendo che il padre non cambiava posizione si alzò, uscì dalla scomoda posizione, andò davanti, chiamò,  stavolta più forte ancora senza udire risposta, la signora Gemma, pensando che il prete si fosse sentito male, spostò la tenda dietro la quale il confessore mantiene la sua privacy e la sua concentrazione ascetica, una volta spostatala la donna gettò un alto grido, ma essendo sola nessuno accorse al suo richiamo. Di corsa guadagnò la porta  continuando a gridare, andò in mezzo alla strada,  rischiando di finire schiacciata da una macchina ma ottenne quello che voleva. 
Ai suoi strilli si radunò un gruppetto di persone ai quali terrorizzata  urlò che avevano ucciso padre Roberto. Tra gli intervenuti c'era anche un vigile urbano che entrato di corsa in chiesa; visto il fatto col suo cellulare chiamò sia la polizia che un ambulanza, rendendosi conto che la seconda ormai non serviva a niente. Padre Roberto era morto, ucciso da un colpo di pistola sparatogli  in testa a bruciapelo.
Fu chiamato anche padre Rosario Maria de Benedittis, superiore del povero defunto. Ambulanza e polizia arrivarono assieme, bloccando lo stretto Lungarno Gambacorti, erano due volanti al comando del sovrintendente capo Cotugno Gualtiero che una volta entrato in chiesa  resosi conto del fatto di sangue ivi avvenuto, domandò al gruppetto di curiosi sempre radunato se per caso c'erano testimoni dell'efferato delitto. Le indicarono la povera signora Panicucci rannicchiata, piangente seduta sull'ultima panca del locale di culto. Cotugno allontanò i curiosi, si sedette vicino alla signora in lacrime e le domandò cosa aveva visto o udito nel lasso di tempo passato da quando era entrata in chiesa, fino a quando non si era accorta dell'omicidio di padre Roberto. La povera donna non riusciva a frenare le lacrime. Fra i violenti singhiozzi che le scuotevano le spalle raccontò che non aveva visto o udito niente, tranne un uomo che si stava confessando, che, precisò, non aveva visto, ma aveva intuito dalle scarpe tipicamente da uomo che aveva visto spuntare da sotto la tenda del confessionale lato fedeli.
Continuando il suo racconto disse che era andata a pregare davanti al crocefisso e vi era rimasta fino a quando non aveva sentito la molla della porta scattare, a quel punto si era alzata e dopo poco aveva fatto la macabra scoperta, non aveva sentito niente, anche perché, non è che fosse sorda, ma non sentiva più come una volta. Il sovrintendente capo ispezionò il confessionale, tirò su le tende per rendersi conto della situazione alla vista del cadavere la signora Gemma, appena calmatasi, riattaccò nel suo pianto a dirotto. Nel confessionale lato fedeli appoggiato alla struttura di legno c'era un ombrello giallo, Cotugno fece domandare da un suo uomo se per caso appartenesse alla testimone, ricevuta risposta negativa, si mise i guanti, lo aprì, si rese conto essere bagnato, per tanto era  stato usato da poco.
Nel divisorio oscurato che divide il fedele dal celebrante c'era un piccolo foro lasciato da una rivoltella di piccolo calibro, molto probabilmente una calibro 22. Esaminando la testa del cadavere non sembravano apparentemente essere presenti fori d'uscita il che confermava il piccolo calibro,  il sangue non era uscito in maniera molto copiosa, ciò era dovuto al fatto che il religioso era rimasto seduto, con la testa più alta del resto del corpo. Il fatto che la testimone non avesse sentito niente, sembrava avvalorare l'ipotesi della presenza di un silenziatore. E' vero che una calibro 22 non fa molto chiasso quando spara, ma in un ambiente acustico come una chiesa per di più deserta lo sparo si sarebbe dovuto sentire. Nel frattempo arrivò anche un trafelato religioso che si presentò come  padre Rosario Maria de Benedittis.
Era il superiore del defunto. Da un suo sommario interrogatorio  il sovrintendente capo Cotugno seppe che padre Roberto si occupava di tossicodipendenti e di extracomunitari con problemi di inserimento, per questo gestiva anche i pochi fondi che avevano a disposizione. Questo fatto nuovo all'inizio delle indagini gettò più di un'ombra sul mondo dei tossici e degli extracomunitari, fugata solamente dal proseguo delle medesime. Fatte le foto di rito, il commissario capo fece rimuovere il corpo e disse alla signora Panicucci che l'aspettava  nel pomeriggio al comando della polizia criminale di via Di Simone. Alle sedici puntualissima la signora Gemma si presentò al cospetto del commissario capo Cotugno, che le fece trovare, in qualità di avvocato d'ufficio l'avvocato Giorgio Fantoni. Passato il forte impatto emotivo del mattino la signora nel suo raccontò a differenza del primo disse di aver sentito un rumore sordo mentre era intenta a pregare, ma di non averci fatto caso, dando la colpa a qualche macchina o qualche mezzo pesante che passava sul vicino Lungarno, disse inoltre di aver sentito un forte odore di legno bruciato, o qualcosa di simile quando si era inginocchiata nel confessionale.
Finito il suo racconto la signora Panicucci lasciò la Questura. Il commissario capo Cotugno si trovò con due elementi di più in mano, anche se microscopici e scontati, la signora aveva sentito lo sparo e aveva sentito odore di bruciato, ora bisognava trovare il colpevole e cominciò a cercarlo nel mondo dei tossico dipendenti, pensando che uno di loro  essendosi sentito rifiutare l'ennesima richiesta di soldi, perdendo la testa, avesse ucciso il religioso. Il giorno dopo la notizia venne a conoscenza della popolazione, gettando sconforto e voglia di farsi giustizia da soli. Da sempre il mondo dei tossici e degli extracomunitari è visto con psicosi dalla gente comune risvegliando sentimenti di pena di morte.
Le indagini andarono avanti per tanto tempo, seguendo sempre la pista dei tossici e degli extracomunitari, fino a quando esaminando le impronte digitali sull'ombrello giallo, si arrivò alla conclusione che ad uccidere padre Roberto poteva essere stata una donna. Il vero giallo avvenne quando indagando nella vita del religioso venne fuori un quadro sorprendentemente diverso. Padre Roberto, non era padre Roberto, era si Argentino ma si chiamava Alvàro Zanetti e assieme ad un socio tale Yulio Cruz aveva un grosso allevamento di bestiame nella zona di Rosario. Oltre all'allevamento vero e proprio la società gestiva anche il passo dopo, la macellazione e la distribuzione della carne in buona parte della penisola sud Americana.
Tra i due soci non correva buon sangue, una sera al culmine dell'ennesima lite Alvàro aveva ucciso il socio con un colpo di pistola. Erano i tempi della dittatura di destra e un omicidio si pagava con la pena di morte, Alvàro impaurito era scappato nel vicino Cile, lasciando a casa moglie e due figli piccoli. Nel vicino paese aveva conosciuto un prete Argentino come lui, appunto padre Roberto Addison, dedito all'insegnamento alle popolazioni povere delle Ande. Padre Roberto, poco dopo, era morto in un incidente automobilistico e Alvàro nell'intenzione di rifarsi una vita nuova ne prese le veci.
Non gli fu difficile falsificare i documenti e con la nuova identità partì per l'Italia, paese dove nessuno conosceva ne lui ne il vero padre Roberto, di conseguenza fu facile prenderne l'identità. Dopo aver girovagato per la penisola era giunto a Pisa e nella nostra città si era fatto voler bene per la sua disponibilità nei riguardi dei più deboli e delle categorie più abbienti  fino al giorno del suo tragico epilogo. Ad uccidere padre Roberto, alias Alvàro Zanetti, non era stato un uomo, era stata una donna. ombrello gialloDell'omicidio fu accusata Cecilia Cruz, figlia di Yulio, ucciso tanti anni prima in Argentina dallo stesso Alvàro.
La giovane arresta a Buenos Aires, confessò il delitto aggiungendo che era cresciuta senza il padre che amava tanto e che fin da piccola aveva giurato di vendicarlo.  Ci aveva messo tanti anni e speso tanti soldi per ricostruire gli spostamenti dello Zanetti. Finalmente un investigatore privato Italiano ne aveva segnalato la presenza a Pisa. Era salita sul primo aereo per Milano, poi a Pisa, lo aveva subito riconosciuto, anche se era piccola all'epoca del fatto aveva visto molte fotografie di Alvàro Zanetti, non poteva sbagliare. Si era inginocchiata in confessionale, lo aveva chiamato con il suo vero nome, l'uomo aveva dimostrato sorpresa, quando gli disse che era venuta per ucciderlo, lui rispose che lo facesse quanto prima,non aveva paura, erano tanti anni che viveva con quel grande peso sull'anima,  non ce la faceva più, che sperava in fondo al suo cuore che sarebbe finita così. Si mise a pregare, lei aveva tirato fuori dalla borsetta una Browing calibro 22, ci aveva avvitato il silenziatore, perché aveva sentito entrare in chiesa qualcuno, aveva appoggiato la canna al divisorio del confessionale dove dall'altra parte lo speudo padre teneva la testa appoggiata e aveva fatto fuoco. 
Lo sparo risultò attutito, ma avendo paura che qualcuno lo avesse ugualmente sentito era uscita di corsa, dimenticando l'ombrello nel confessionario. Ai piedi aveva degli stivaletti da uomo, poiché avendo il 41 di piede non aveva trovato stivali da donna nel negozio dove era entrata dopo che aveva cominciato a piovere. Appena uscita fuori dalla chiesa passò un autobus di città, aveva la fermata proprio dinanzi alla chiesa.
Che fortuna, fuori nessuno, era salita subito sul mezzo urbano destinazione stazione ferroviaria. Da lì a Firenze, poi a Roma e infine con volo intercontinentale a Buenos Aires dove viveva con la sua famiglia. La vendetta per tanti anni covata era compiuta. La pista dell'ombrello giallo risultò buona. Il caso passò agli annali cittadini come il caso DELL'OMBRELLO GIALLO.
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