Satana in convento

 
Enrico Andreini Il giovane campanaro, Emiliano, percorse a gran velocità i lunghi e bui corridoi del monastero. Non ce la faceva più, sentiva che stava per arrendersi. Contro Satana solo Dio poteva vincere e…lui…infatti…non era l’Altissimo. Fece per aprire la porta della stanza di frate Mario, suo amico e confidente, quando il suo cuore, stremato per quello che aveva vissuto e per la corsa effettuata…cessò di battere; cadde morto a terra, con la mano sopra la maniglia di quella porta che non aprì mai. Il giorno seguente, ogni monaco…ogni anima che viveva tra quelle vecchie mura, venne a conoscenza dell’inaspettata scomparsa del povero ragazzo, un giovane molto semplice…educato e benvisto da tutti. Quelle che seguirono furono giornate di lutto…preghiera e digiuno. Anche frate Enrico, il bibliotecario, partecipò con estrema sincerità a quei momenti di cordoglio, chiedendo al Signore di accogliere tra i cieli del Paradiso l’innocente spirito di  quel loro sfortunato compagno. Celebrati i funerali…sepolta la cara salma, ogni monaco si ritirò in buon ordine dentro il refettorio, dove Padre Marco, l’abate, sfruttando l’occasione, chiese a tutti un forte impegno di fede; chiese, perciò di non uscire dai propri alloggi almeno per tre giorni, passando quel tempo a ricordare il campanaro…cercando tra le pagine della Sacra Bibbia un giusto significato da attribuire a quella morte, tentando al contempo, di prepararsi spiritualmente e psicologicamente al futuro, pulendosi da ogni peccato, tramite una vera confessione con Dio, Padre Onnipotente. Nessuno aveva obiettato…ognuno si era chiuso nella propria cella; uscirono solamente per bere e mandar giù un tozzo di pane. Frate Enrico stava sfogliando le pagine dell’Antico Testamento, allungato sul letto sotto una leggera coperta, illuminato dalla luce fioca di una candela ormai completamente consumata. Letti alcuni versi, venne spaventato da un rumore di passi; qualcuno stava correndo nel corridoio; così ad orecchio gli parve avesse i piedi scalzi. – "Strano." Pensò era notte fonda, così,  in quel momento,  il bibliotecario ripose il Libro Sacro su un davanzale, portandosi sul piccolo tavolo dove di tanto in tanto riempiva qualche foglio di inchiostro. Un brutto presentimento, cominciò ad assillarlo. Iniziò quindi a meditare. Quale era stata la causa del decesso del campanaro? Morte naturale? Suicidio? O peggio…un omicidio? La terza domanda non avrebbe dovuto nemmeno porgersela…visto il sacro luogo dove era avvenuta la triste vicenda. Analizzò, così, a freddo  le varie probabilità. Frate Mario era molto legato al campanaro Emiliano, probabilmente quest’ultimo, sentendosi male, avrebbe tentato di chiedergli un aiuto, aiuto purtroppo non pervenuto, visto che era stato ritrovato fuori dalla stanza dell'amico frate. Un suicidio… perché mai avrebbe dovuto suicidarsi? Il giovane, tutto sommato amava quello che faceva, anche se negli ultimi periodi era sembrato un po’ cupo. Un omicidio, sarebbe stato tutto sommato inverosimile; i frati non ammazzano…o almeno non dovrebbero. La prima cosa da fare era quella di conoscere con certezza come era stato ritrovato il cadavere; e per saperlo doveva scambiare immediatamente quattro chiacchiere con frate Mario. Afferrò il candelabro ed uscì, cauto, dalla cella. Percorse alcuni metri molto lentamente, senza fare rumore, controllando persino il respiro. Quelle mura sentivano tutto, e…ancor peggio… vedevano tutto. Aprì di scatto la porta ed entrò. Mario stava dormendo. Lo svegliò, facendolo sobbalzare e appoggiò le candele su uno sgabello. – "Cosa vuoi a quest’ora della notte, Enrico?" Gli domandò il frate, con gli occhi socchiusi. – "Devo chiederti alcune cosette." Rispose Enrico, l'altro sempre tra le braccia di "Morfeo" riprese. – " E… perché proprio adesso?" – "Non voglio prendermi una sgridata dall’abate per essere uscito  dalla mia cella con un  motivo diverso dal mangiare. A quest’ora non dovrebbe esserci in giro nessuno." Cercò di spiegarsi l’intruso. – " E…va bene di…che hai bisogno?" L’anziano si sedette sul bordo del letto, cercando di svegliarsi del tutto…sbadigliando. Enrico riprese incoraggiato. – "In che condizioni era il corpo del tuo amico Emiliano…quando l’hai trovato?" Mario che cominciava ad essere sveglio rispose.  – "Era…era…come dire, normale… poveretto." Enrico lo incalzò. – "Non hai notato nulla di sospetto, di bizzarro su di lui? Qualcosa che potrebbe far pensare ad una morte non naturale?" Frate Mario esitò un attimo…poi. – "No… no…forse…però, una cosa gli mancava; il saio non era legato all’addome." Il bibliotecario aggrottando la fronte. – "La tunica non era legata?" – "No." Rispose l'anziano frate. – "Che altro? Hai notato altro… che so…magari…non saprei…ma dimmi tutto…proprio tutto." Enrico si era fatto molto pensieroso. L'anziano collega fece mente locale…sforzando le grigi meningi a ricordare il più possibile…poi. – "Quando due monaci, scelti dall’abate, l’hanno portato via, ho trovato sul pavimento alcune gocce di sangue, che…poco tempo dopo, circa venti minuti…qualcuno aveva fatto sparire…pulendo il pavimento con uno straccio. " – "Interessante…interessante." Ripeté più volte quasi a sé stesso il bibliotecario.  – "E poi…poi, l’hanno chiuso nella bara in fretta e furia e via. " Terminò Mario.  Enrico rispose stando attento che la voce fosse bassa e che dal di fuori non trapelasse niente. – "Già…già un rituale un po’ insolito, non ti sembra?" Mario, ormai del tutto sveglio rispose. – "Certo che sì…più che insolito." Enrico alzandosi in piedi. – "Questa storia non mi piace affatto. Grazie per le informazioni. Ci vediamo domani sera, va bene? Magari riusciremo a trovare una soluzione a questo enigma; così che il tuo amico possa finalmente riposare in pace."  Mario, rispose mentre si coricava di nuovo. – "Lo spero…lo spero con tutta l'anima." La notte successiva, Enrico si recò nuovamente nella camera di frate Mario. Insieme discussero a lungo sulla faccenda, arrivando ad una macabra conclusione; riesumare il cadavere del campanaro. Anche se poteva sembrar macabra, era l’unica cosa da fare. Si armarono di pale e si precipitarono al cimitero; stando sempre molto attenti a non essere scoperti da nessuno. Portarono la bara con dentro le spoglie mortali del povero Emiliano nella stalla e la aprirono…il corpo puzzava già. Lo controllarono accuratamente; sembrava tutto a posto. Scoprirono però all’ultimo momento un’agghiacciante realtà. Le gambe e le braccia erano piene di lividi e graffi; era stato picchiato brutalmente. Interminabili quesiti annebbiarono i loro cervelli. Chi avrebbe potuto fargli ciò? Oppure, se lo poteva esser fatto da solo? Fortunatamente avevano ancora una notte di tempo per rispondere a quelle domande…dopodichè tutti i monaci sarebbero usciti dai loro alloggi. Sotterrarono di nuovo la cassa di legno e misero in ordine il terreno, così…come l’avevano trovato. Tornarono nella stalla, forse il luogo più sicuro del monastero, si sedettero su un mucchio di fieno, uno di fronte all’altro. – " Tutto ciò non ha senso." Attaccò Enrico, a bassa voce. – "Santo Dio." Furono le sole parole che frate Mario riuscì a dire. – "Ti sei fatto male al piede?" Domandò il bibliotecario all’anziano, intravedendo una macchia rossastra su un sandalo dell’uomo. – "Non mi pare." Rispose toccandosi  il piede…in quel mentre capì che quel sangue non fuoriusciva dalla sua carne…ma da quella della persona appesa per il collo sopra di loro. Un altro morto. Un altro campanaro. Questo si chiamava Roberto. Lo slegarono e lo stesero per terra; anche lui aveva ferite e graffi in tutto il corpo. Ora iniziavano a comprendere qualcosa. Poteva sembrare strano…ma c’era un assassino nel monastero. Decisero di avvisare immediatamente l’abate del ritrovamento, per cercare di trovare il colpevole, per consegnarlo così alla "Santa Inquisizione". L’abate rimase colpito profondamente da quella notizia; convocò immediatamente una riunione con tutti i frati, per cercare di capire meglio quella situazione. Nessun monaco sapeva niente, nessuno aveva confessato di aver ucciso quei poveri campanari. Dopo il secondo funerale, venne richiesto ancora una volta dal frate superiore di chiudersi nei propri alloggi e pregare per la salvezza e scacciare il Demonio dal monastero. Mentre Enrico si  dirigeva verso la stalla, luogo dove avrebbe rincontrato Mario per discutere, si imbatté in un monaco…frate Alessandro. Egli, tremante per il freddo…o forse ancor di più per la paura, chiese al bibliotecario di poter parlare con lui a proposito di una cosa importantissima. Enrico lo portò alla stalla e insieme a Mario, ascoltò il confratello con estrema attenzione.  Alessandro cominciò. – "Li ho visti." – "Chi hai visto?" Domandarono all’unisono i due. Alessandro trafelato riprese. – "L’altro giorno, mentre prendevo della farina dal granaio, ho visto i due campanari insieme a…" Enrico riprese. – "A chi?" Un Alessandro sempre più impaurito rispose. – "Al braccio destro dell’abate, padre Fede, e all’abate in persona." – Enrico e Mario…erano impazienti, Mario domandò seccamente." – "Cosa facevano nel granaio?" Il monaco si fece il segno della croce, quindi cominciò a piangere. – "Vi… Vi… Violentavano i due giovani ragazzi e li percuotevano, facendoli giurare che anche per quella volta non dovevano dire niente a nessuno di cosa avevano subito, altrimenti… li avrebbero ammazzati." I due rimasero a bocca aperta. Quello poteva spiegare la mancanza del cordone del saio del primo campanaro. – "Quindi…se due più due fa quattro…se sono stati uccisi, avranno parlato delle violenze con qualcuno." Ragionò Enrico. – "Io…io." Annunciò Alessandro.  – "Sono venuti a dirlo a me e devono averli visti…temo per la mia incolumità. Ho paura fratelli." Enrico riprese. – "Cosa ti hanno raccontato i ragazzi?" Alessandro tremante rispose. – "Li avranno stuprati una decina di volte, pare per mero divertimento. Satana è qui!" – "No, quelle sono persone vere, non demoni." Affermò frate Mario. All’improvviso, una lancia trafisse il petto del monaco che aveva appena confessato, uccidendolo all’istante. L’arma era partita dalla mano dell’abate. – "Bene, bene, bene. Vedo che avete scoperto qualche cosa. Bravi. Mi dispiace…però…che non potrete divulgare questo segreto all’intero monastero." – " Ecco perché il padre superiore aveva chiesto ai frati di rinchiudersi in silenzio. Doveva finire il suo sporco lavoro!" Pensò frate Enrico. Non ebbe il tempo di girarsi verso Mario che anche quest’ultimo era già steso sul pavimento in fin di Enrico Andreinivita, colpito alla testa da un sasso, lanciato da padre Fede. L’istinto spinse Enrico a scappare fuori dall’edificio…a dirigersi verso la chiesa, dove avrebbe potuto nascondersi e pensare ad una mossa intelligente. Durante l’inseguimento, per grazia di Dio o di qualcun altro, il braccio destro dell’abate…il terribile Fede,  scivolò su un gradino bagnato, spaccandosi la testa. A quel punto, rimaneva solo il padre superiore, la mente satanica, di quelle violenze disumane, il quale riuscì a raggiungere in un batter d’occhio Enrico, senza dargli la possibilità di escogitare un buon piano d’azione. Quindi, il bibliotecario agì d’istinto; salì sul campanile. Tra le campane si consumò una spietata lotta a mani nude, che finì, dopo interminabili minuti. L’abate, uomo forte…ma più vecchio di Enrico…precipitò nel vuoto. Quella storia era finita per sempre, pensò frate Enrico, mentre si asciugava le lacrime che gli rigavano il viso; osservando i boschi sotto di lui, convenne che l’essere umano, a volte, è peggio del Demonio. Decise di non parlare dell’accaduto con nessuno, tutti quei monaci non centravano niente, non erano loro il problema. Aprì le braccia…si gettò…dal campanile…adesso…si che era…finita. Il male era stato sconfitto…per sempre…almeno…così sperava dentro di sé il bibliotecario, in quei brevi attimi…passati in quel volo senza ritorno prima di schiantarsi sul sagrato della chiesa.
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