Viaggio finale

 
fantasmi L'astronauta Moore, si accorse che la luce del videofono lampeggiava. Una frazione di secondo dopo fu inserito l'audio, in breve comparve sul video il volto inespressivo del comandante della flotta galattica. – "Buongiorno, Moore." Disse il comandante.
- "Buongiorno signore. " Rispose. – "Vi è stato affidato un nuovo incarico. Una semplice ricognizione. Ci interessa un pianeta del livello C41, settore A-E-54, fascia 2054, coordinate "h-e-n-r-y-26-05-54."" Lasciò passare qualche secondo…poi. – "Mi confermate i dati trasmessi dal computer?" – "Certo signore, li abbiamo sullo schermo principale." Continuò Moore; l'altro lo incalzò. – "Ottimo…ottimo. La vostra partenza è prevista tra ventitre ore, a partire da adesso; abbiamo attivato il conto alla rovescia." L'astronauta continuò.  – ""Roger", signore, partenza tra ventitre ore. Vedo che la documentazione è già arrivata. Appena tornato le farò rapporto, signore." – "Molto bene…molto bene…mi raccomando…faccia buon viaggio." – "Grazie, signore." – "L'augurio viene anche da Petersmith."  Continuò il comandante, che lo guardò ancora per qualche istante, poi con un comando vocale escluse la comunicazione, nello stesso istante si rivolse al maggiore Petersmith, seduto comodamente su una delle poltroncine avvolgenti in morbido glatex, nel suo ufficio. – "Il pianeta è stato scelto a caso, come sempre, per questo tipo di esercitazioni di ricognizione. Sono esattamente..." Il comandante controllò l'appunto sulla sua agendina elettronica ultrapiatta – "...settemila anni che non ci mettiamo più piede sopra. L'ultima volta che lo visitammo era totalmente privo di vita intelligente. Penso che la situazione non sia  cambiata di molto." Il comandante premette un tasto sulla console della sua scrivania, la poltroncina su cui era seduto si ribaltò e…in un attimo fu in piedi. Fece l'unico passo che lo separava dalla grande finestra e si mise ad osservare fuori  facendo correre lo sguardo su  edifici in acciaio e nuove leghe bianche di cui era ricoperto ogni centimetro quadrato dell'orizzonte cittadino. Lì come su ogni altro pianeta della sfera conosciuta, astromezzi sempre più sofisticati sfrecciavano nell'atmosfera a velocità supersonica, lasciando spesso deboli scie dietro di loro.
viaggio Gli sembrava, come sempre, uno scenario molto suggestivo e anche romantico, del resto era lo scenario che aveva sempre visto…da quando era ragazzo ad adesso…era cambiato poco o niente; i soliti cavi…metallici pressoché identici…le luci…quelle si…erano cambiate…erano sempre più potenti…sempre più fluorescenti per bucare la sempre più spessa nebbia di smog proveniente dal basso. Il comandante sorrise, poi tornò a sedersi, digitò qualcosa sulla console della scrivania; in breve da uno sportellino  che si era aperto nella medesima, uscì il  pranzo appena selezionato.
Due pillole, un quadratino compatto di una strana sostanza marrone e una gelatina blu con cannuccia incorporata nel microbicchiere. – "Pollo. " Disse leggendo la scritta su una delle pillole. – "Che parola buffa, non trova? Chissà perché si chiama proprio pollo?" Il maggiore Petersmith  non seppe dargli risposta…eppure cercò in tutti i meandri del proprio cervello…ma non ne venne fuori un bel…niente
                                                                *
Moore,  ebbe la strana sensazione  di aver visto un volto, prima di svegliarsi; quando  però aprì gli occhi, non c'era nessuno…era solo. Non c'era nessun altro nella camera iperbarica col campo magnetico di stasi sul quale stendersi per riposare, era da solo in compagnia delle vuote mura bianche. Li…era tutto bianco, lievemente oscurato per consentirgli di prendere sonno, l'ambiente era leggermente illuminato da tenui lucine azzurre. Moore, scese dal campo di stasi, disattivò la camera iperbarica…con una lieve pressione dell'indice sul polso destro innescò il lavaggio automatico della tuta che indossava. Era aderente come lattice, dotata di sensori termici per mantenere la temperatura del suo corpo costantemente a trentasei punto cinque gradi centigradi, per tenere sotto controllo le funzioni vitali, predisposta per la pulizia automatica, autoalimentata grazie alla conversione dei rifiuti organici; il tutto in un modello l'ultimo di una lunga serie, comodo, confortevole, senza bombole sporgenti, fili, tubicini, placche metalliche, i circuiti erano così miniaturizzati nelle microfibre della tuta che non si vedeva niente, all'esterno. Ogni uomo ne indossava una dal giorno della nascita fino al giorno in cui veniva deposto dal servizio, all'età di duecentoquarantatre anni. Venuto quel giorno, salvo pochi eletti come i governatori o i presidenti dei sistemi solari, si veniva spediti senza tuta sul pianeta "Mor",  lì si terminavano i propri giorni. Nessuno era mai tornato indietro dal pianeta Mor per raccontare cosa succedeva di preciso laggiù. Ogni tanto Moore si chiedeva cosa fosse la morte, come fosse morire…ma non ne aveva la più pallida idea.
                                                              *
viaggio Sovrapensiero uscì dal locale adibito al riposo e si avviò verso la sala comandi della sua nave. Blubay  era già seduto su una delle due poltroncine davanti alla consoll e al grande schermo pieno di dati. – "Si parte tra sette minuti. " Gli disse appena lo vide, poi aggiunse. – "Lasciati dire però che non hai un gran bell'aspetto." Moore, si sedette a fianco del compagno con aria svogliata. – "Blubay." – "Sì." Rispose il collega, mentre continuava ad analizzare  dati. Moore, sospirando riprese. – "Ti capita mai di avere la sensazione di vedere delle cose, mentre dormi?" Il compagno lo guardò perplesso. – "Vedere…cosa?...Delle cose...?" – "Sì…vedere qualcosa…" Insisté  Moore, poi continuò.  – " Si insomma…come se fossi sveglio... ma un po' diverso… magari di sentire anche…delle voci." Blubay scosse il capo…poi rispose al collega. – "No, mai…tra l'altro, non ho neanche mai sentito nessuno dire una cosa del genere. Come ben sai esiste solo quello che fisicamente ci circonda, Moore…ormai è scientificamente provato da millenni…il sonno non è altro che un buio riposo." Moore annuendo si mise al lavoro. Fece partire i simulatori di volo, controllò tutti i sistemi della nave, innescò il rifornimento automatico di carburante e comunicò gli ultimi dati alla stazione centrale prima di chiudere il portellone. – "Allora,  siamo pronti a partire?" Disse Blubay  quando oramai mancavano solo sessanta secondi al via. Moore lo ignorò del tutto, perso com'era nelle sue elucubrazioni. – "E' curioso." Continuò. – "Nei miei studi di filosofia aliena comparata all'università, c'era un professore che sosteneva l'esistenza, nell'antichità, di un termine, detto sogno…secondo lui aveva una certa attinenza con quello che succede a me. Nella sua ottica sognare voleva dire vedere delle cose, di notte." – "Sognare?" fece eco Blubay. – "Mai sentito questo termine." Le luci della stazione scomparvero all'istante…loro si ritrovarono nel profondo buio dello spazio intergalattico.
                                                              *
Non era certo una missione esaltante quella che si preparavano a compiere.
Le missioni esploratrici su pianeti disabitati non avevano più niente di avventuroso da parecchi millenni…ormai…tutti i pianeti da scoprire erano stati scoperti, tutti quelli da sfruttare sfruttati, quelli da colonizzare colonizzati, quelli inservibili distrutti. Moore aveva sempre pensato che fosse una cosa strana, oltre che inutile distruggere un pianeta…chissà col tempo…poteva cambiare…tornar utile. Non si trattava solamente di polverizzare una certa quantità di massa…quello che non capiva…era il fatto di annientare un pezzo di universo su cui forme di vita erano nate, si erano sviluppate, e quasi sempre avevano finito per autoestinguersi. Non approvava la sistematica cancellazione di pezzi di passato durati milioni di anni, anche se nessuno sembrava  curarsene più…bastava un clic per spazzare via tutto…un semplice clic. Neanche un po' di fatica, si doveva fare, nemmeno contrarre un dito…bastava un solo…semplice…comando vocale. Moore aveva sempre pensato ai pianeti come a qualcosa di romantico, prima culla…poi casa…infine rovina di civiltà, umane e animali. Anche se abbandonati o spopolati, o più semplicemente deserti, sembravano conservare qualcosa di vivo, con emozioni, sentimenti e una storia fatta di tappe…tappe infinite…anche se adesso erano solo ricoperti da strati di polvere e detriti intergalattici vari. Quante cose poteva raccontare un pianeta?
Moore, ricordò  quando aveva dato il comando per distruggere C19 nel sistema P31.
Era un dolce pianetino azzurro, il suo solo difetto…se così si vuol chiamare…era, che obbligava i velivoli interplanetari ad una lieve deviazione lungo l'affollatissimo tragitto tra "Alpha Warz e J Centauri." Per la federazione era impensabile continuare a far sprecare carburante alle navi solo per evitare di incocciare in quel piccolo…inutile…per giunta piccolo e insignificante pianeta, così fu fatto saltare.
Tra l'altro…ricordò che non era nemmeno disabitato. Gli studi condotti dagli esperti, avevano dimostrato che le forme di vita primitive su C19, con una probabilità di sviluppo pari all'ottantaquattro per cento non avrebbero avuto significativi sviluppi spico-culturali per almeno "quattro-cinque millenni-luce" . Così nessuno ebbe rimorsi.
Tranne Moore, che dopo il tetro fatto  chiese immediatamente  il trasferimento a nuovo incarico.
                                                                 *
Il computer di bordo attivò i segnalatori ottici e acustici per avvisare i due piloti dell'avvicinarsi  della destinazione prestabilita. L'astromezzo fece un angolo di cabrata di venticinque gradi e mezzo, le delicate manovre del pilota automatico lasciarono scivolare come in un olio il velivolo nell'orbita del pianeta. Blubay  si mise ai comandi; stranamente sembrava apatico…quasi assente. – "Tra un po' si va in missione. " Disse con fare distratto mentre continuava a leggere i dati relativi alla superficie del nuovo mondo rilevati dalla sonda extrasensoriale. Dentro di se pensava che non ci sarebbero state molte novità interessanti da riferire via interfono. La solita distesa di lega bianca a ricoprire ogni centimetro quadrato del pianeta, resti di edifici consumati dal tempo… vento solitario a spazzare le rovine…qualche timida forma primaria o tutt'alpiù secondaria di vita che larveggiava vivacchiando sulla superficie fredda e glaciale. Ne aveva visti a centinaia, così…forse era giunta l'ora di terminare anche quel pianeta. A chi e a cosa poteva servire una massa di terra imbrigliata e agonizzante? Era come una bestia malata…meglio sopprimerla.viaggio
                                                                  *
 Ci vollero sedici ore per compiere un giro completo dell'orbita del pianeta. Il tempo scivolava piano nell'asettica bianca navetta…Moore cominciava ad essere impaziente di scendere. – "Ho trovato il punto migliore per un atterraggio. " Disse rivolto al collega,  consultando lo schermo dell'astromezzo. L'altro rispose.  – "Coordinate e-n-r 54. Confermi?" Moore, scrutò i dati che fluttuavano davanti ai suoi occhi e a sua volta rispose. – "Confermo. " Blubay nella sua conferma sembrava quasi eccitato. – "Allora si parte." Impostarono gli ultimi dati, quindi si spostarono nella capsula che li avrebbe condotti sulla superficie del pianeta e da li avviarono le procedure di distacco dal corpo centrale dell'astromezzo. Dalla capsula non si vedeva niente, non esistevano né vetrate,né tanto meno schermi. Il viaggio sarebbe stato soltanto un lungo e cieco scivolare nel vuoto, rotto a volte da qualche fremito della struttura al contatto con l'atmosfera del pianeta. Moore avrebbe voluto poter guardare fuori l'avvicinarsi della superficie, osservare le lune ruotare stanche nei loro millenari pellegrinaggi, essere colpito in viso dalla luce di qualche potente stella vicina, magari del sole di quel sistema di pianeti. La pelle pallida del suo volto era illuminata dalla fredda lucina verde della capsula.
                                                           *
Era proprio come aveva pensato Moore, il pianeta era una distesa infinita di grandi piastrelle di lega bianca che ricopriva la superficie dell'intero pianeta, la sistematica piattezza dell'orizzonte rotta solo da qualche cumulo di pietre consunte dagli elementi, irriconoscibili nelle loro forme originarie. Quindi resettò l'orologio atomico che segnalava il tempo trascorso dall'ultima esplorazione del pianeta. "Settemila anni." Poi si chinò a raccogliere un calcinaccio stranamente levigato dal tempo; si fermò a pensare  cosa potrebbe essere stato. Un pezzo di muro di un edificio? Un tavolo?
La paratia di un velivolo? Il lontano ricordo di qualcosa di vivo? – "Secondo il programma dovremmo ispezionare una zona pari a un chilometro quadrato attorno al punto di atterraggio della capsula; direi che ci conviene usare i "fly fire"" Disse Blubay, Moore annuì con sguardo assente; stava pensando al passato, quando lo sguardo gli cadde sul fianco della navicella, su quale era stampato lo slogan della federazione galattica: "Futuro, futuro, futuro" Quindi pensò. – "Per sapere dove andare, non meglio partire conoscendo bene  il luogo dal quale si proveniva? O tanto meglio il luogo in cui si era?" Blubay intanto aveva completato la procedura automatizzata di scarico dei fly fire dalla capsula, adesso i due mezzi se ne stavano immobili sospesi a pochi centimetri da terra in attesa di essere utilizzati. Blubay prese posto sul suo mezzo,  quando anche Moore fu pronto partirono insieme per ispezionare l'area definita dalle specifiche del programma abbinato al protocollo di missione.
                                                        *
Blubay  procedeva su una traiettoria rettilinea tenendosi al centro di un'area larga duecento metri, guardandosi distrattamente attorno per non cadere vittima dell'apatia. Moore invece andava a zig zag col suo fly fire, girovagando in mezzo ai resti degli edifici, cambiando spesso quota per osservare le cose da lontano e da vicino, per poterle guardare da punti di vista differenti. Durante tutto il tempo che impiegarono a coprire la distanza prestabilita non videro altro che quella piatta distesa di lega bianca cosparsa di ciuffi di rovine, tanto che alla fine anche Moore si rassegnò alla triste realtà che su quel pianeta non ci fosse proprio nient'altro.
Eppure doveva esserci abituato. Quella era la quattrocentocinquantunesima missione di esplorazione che compiva, da quando era stato trasferito, non aveva visto e non c'era mai stato niente di diverso…solo desolanti rovine abbandonate da millenni al lento erodere degli agenti atmosferici. Moore ormai lo sapeva…per tutti i pianeti era sempre la stessa storia. O erano abitati…allora c'erano edifici, astromezzi, smog, e l'onnipresente lega bianca riluceva dappertutto a coprire ogni angolo di terra e di cielo, o erano abbandonati da millenni, e allora la lega bianca era solo un ricordo della corazza lucente che una volta ricopriva il tutto. A dire la verità c'era una terza categoria di pianeti, i pianeti-cava, quelli usati per estrarre quei pochi elementi che ancora l'uomo non era riuscito a sintetizzare…presto sarebbero diventati superflui,  in ogni caso erano di una desolazione forse ancora maggiore dei pianeti disabitati.
Non c'era nient'altro che terra secca…macchine automatizzate…trivellatrici e grosse aspiratrici.  Ne aveva visti un paio, negli anni precedenti…erano persino più squallidi del posto in cui si trovava adesso. – "Trovato niente?" Gli chiese Blubay avvicinandosi un attimo; era la prima volta che deviava dalla sua traiettoria rettilinea, forse la noia aveva preso il sopravvento anche su di lui. Moore rispose un po’ sconsolato. – "Niente di niente. Avevi dei dubbi a proposito?" Blubay, rispose scuotendo la testa. – "A dire la verità, no." Fece per allontanarsi, ma improvvisamente Moore gli mise una mano sulla spalla. – "Blubay?" – "Sì?" Rispose il collega, lui continuò,  guardando lontano.
- "Ti sei mai chiesto com'erano questi posti millenni fa?" L'amico rispose con fare annoiato.  – "Suppongo esattamente come sono adesso, solo che all'epoca c'erano gli edifici." Moore continuò.  – "E la pavimentazione di lega bianca? Quando non c'era quella, forse la superficie dei pianeti era diversa." Blubay sembrò pensarci a fondo per un attimo, ma non trovando risposta si rivolse all'amico collega. – "Diversa in che senso? Non so, sotto alla pavimentazione c'è solo la terra...come sui pianeti cava. Terra secca, inservibile. Non riesco a immaginare nient'altro." Moore continuò. – "Magari c'erano cose che non riusciamo nemmeno a immaginare, perché non le abbiamo mai viste." Blubay lo guardò serio…poi sbottò in una risata sguaiata. – "Ah, Moore! Che inguaribile pensatore! La verità è che i pianeti sono sempre stati ricoperti dalla corazza di lega che permette l'atterraggio di velivoli in qualunque posto e per farvi scorrere sotto la sua superficie i grossi cavi, che rendono pratico lo spostamento dei mezzi a terra, quando…questi esistevano ancora. A memoria d'uomo e di registrazione della federazione, non c'è mai stato niente di diverso. E se proprio c'era, che t'importa? Lascia perdere, pensa allo slogan della federazione: "Futuro, futuro, futuro". Cos'altro è un pianeta, se non una massa di terra che fa da piattaforma all'uomo? Vedrai…presto i pianeti artificiali diventeranno operativi…allora potremo eliminare quelli veri." Blubay si riportò sulla sua traiettoria rettilinea al centro della zona di duecento metri di larghezza, scuotendo la testa, rimuginando su quello stupido di Moore che si ostinava a immaginare cose che non aveva né mai visto, né mai nemmeno sognato e delle quali non c'erano prove.
                                                            *
L'esplorazione a terra fu completata prima del previsto, dando i soliti risultati negativi, come del resto ci si aspettava. Nessun segno di vita, nessuna anomalia, niente di niente; per completare la missione, non restava che attivare il bioscanner dell'astromezzo…orbitare a bassa quota per tre volte a tre latitudini diverse attorno al pianeta. Se anche questa procedura…com'era prevedibile, avesse dato esito negativo…l'esplorazione sarebbe terminata…forse anche quella triste massa di terra sarebbe entrata a far parte della lista dei pianeti eliminabili. Moore impostò i dati coi comandi vocali, poi si  sedette davanti al grande schermo osservando fuori. I chilometri di lega bianca scorrevano muti sotto alla navetta senza che niente succedesse, senza che gli strumenti rilevassero il minimo segno di vita. In tutte quelle missioni aveva sempre sperato di poter trovare qualcosa di diverso, qualcosa di insolito, aveva sperato ardentemente che si accendesse la luce rossa che segnalava un evento imprevisto; di poter vedere  il computer di bordo che non si raccapezzava in qualcosa. Ma…purtroppo non era mai successo…non successe neanche quella volta.
Le tre orbite si susseguirono noiose, nessuna rovina sembrò più interessante delle altre, non fu rilevata nessuna anomalia; Moore si rassegnò a tornare a mani vuote alla stazione base dal comandante e dal maggiore Petersmith, come tutti si aspettavano e  come tutti si auguravano. – "Blubay?" Il compagno si era steso sul campo di stasi nella stanza del riposo…se ne stava al buio e in silenzio, non amava ascoltare musica sintetizzata, né  tanto meno starsene all'oblò a guardare fuori, era sottinteso ,nonché palese…non ci sarebbe stato niente di nuovo. – "Abbiamo finito?" Rispose, mentre le luci della camera si accendevano gradualmente per consentire agli occhi di abituarsi. – "Sì." Rispose Moore, non aveva chiesto   nemmeno  l'esito dell'esplorazione…era scontata. – "Bene. Allora possiamo tornare, abbiamo avuto fortuna, rientriamo con un certo anticipo sulla tabella di marcia." Poi proseguì. – "Beh, visto che siamo in anticipo, ho consultato le mappe stellari di questo sistema...» Continuò Moore, Blubay gli fece eco. – "E...? A cosa avresti pensato." L'altro continuò. – "C'è un buco nero a poche decine di anni luce da qui. Potremmo passare a dargli un'occhiata, prima di tornare. Che ne dici?" Blubay rispose. " Ok…ma dovremmo informare il comando della deviazione." Moore visibilmente eccitato dall'idea, rispose. – "Eh dai! L'abbiamo fatto altre volte, mi pare. Disinseriamo per qualche ora il protocollo di rilevamento posizione spacciandolo per una procedura di riconfigurazione parziale del sistema…vedrai nessuno dirà niente…non se ne accorgeranno nemmeno." Blubay scosse la testa. – "Ma cosa hai da cercare? Non troveremmo niente…Moore…rassegnati, perché vuoi fare l'archeospaziale a tutti i costi? E' evidente…in questo quadrante non c'è tracce di vita…sono millenni che è finita…svanita." Moore riprese con fare serio…quasi triste. – "Lo so…lo…so, ma voglio tentare ugualmente." Blubay sospirando. – "E va bene." Disse alzando le spalle quasi seccato. – "Ma se ci saranno rogne la responsabilità è tutta tua…solo tua…tutta tua." Di certo un buco nero in una galassia così piccola e remota non poteva essere sfruttato per i viaggi nello spazio-tempo, come molti altri più grandi e lungamente studiati nel corso dei secoli, ma forse si poteva raccogliere qualche dato…o anche solo fermarsi a guardare la luce che veniva inghiottita dall'imbuto spaziale. Questo evento, era una delle poche cose che affascinava Blubay,  era il solo in grado di strapparlo per un attimo alla sua apatia. Amava osservare la sottile malignità di un mangiatore di luce.
                                                                  *
- "Che mi venga un colpo!" Esclamò Blubay consultando lo schermo della navetta. – "Hai ragione, è proprio un pianeta non segnato sulle mappe stellari!" Il cuore di Moore ebbe un tonfo. Ecco l'evento tanto atteso…l'evento che non si era mai verificato nella sua vita…finalmente qualcosa di insolito, di non prestabilito, di non preventivato. – "Non c'è ragione di scaldarsi tanto. Ho sentito che in passato qualche errore il computer lo faceva." Disse Blubay,  cercando di smorzare l'entusiasmo del suo compagno. – "E' sicuramente un pianeta esplorato e riesplorato mille volte." Moore riprese. – "Tu dici?" – "Certo, Moore, cosa speri di trovare, nello spazio? Qualcosa che non è ancora stato scoperto? Tutto quello che c'è da sapere lo sappiamo. Il resto non conta…eppure lo sai…è così da sempre." Moore con entusiasmo calante continuò. – "Beh, almeno andiamo a vedere, magari...non si sa mai." Blubay quasi arrabbiato gli fece eco. – "Magari cosa? Non illuderti di trovare altro che un pianeta coperto di lega bianca…pieno di rovine…guarda lo schermo; nessuna trasmissione…nessun segnale, nessun campo elettromagnetico, nessuna fonte di energia. Lo capisci che non ci sarà niente di niente? Come sempre…ovunque e dovunque siamo stati." Moore per niente rassegnato, continuò.  – "Dimentichi che siamo vicini ad un buco nero…forse le nostre strumentazioni sono un po' disturbate...forse." Blubay riprese. – "Le strumentazioni non sbagliano mai…lo sai bene. Comunque non c'è problema. Contattiamo il comando centrale…chiediamo il da farsi." Moore  si fece silenzioso; osservò Blubay  impostare i dati per la comunicazione…inspiegabilmente lo schermo fece apparire il messaggio di tentativo fallito. Era la prima volta che Moore  vedeva quel messaggio, eccezion fatta per le prove effettuate al simulatore. Blubay rimase a bocca aperta. – "Non riusciamo ad avere la comunicazione!" Disse sbalordito; non gli era mai capitata un'avaria in tutta la sua vita. – "Secondo me è il campo magnetico del buco nero...» Azzardò Moore; Blubay  mugugnò qualcosa. – "...Può anche darsi che sia così, per quanto assurdo possa sembrare...vuol dire che cambieremo zona,  riproveremo quando ci saremo allontanati. Imposta i dati con le nuove coordinate." – "Aspetta…aspetta!" Disse Moore, che dentro di sé si era profondamente divertito nell'osservare Blubay e persino se stesso alle prese con un evento impensabile, mai verificatosi prima…la curiosità lo stava divorando; cercava, nonostante tutto di mantenere un contegno  professionale…per quel poco che gli riusciva. – "Facciamo così; io prendo la navetta "Beta" di esplorazione, scendo sul pianeta; nel frattempo, tu ti sposti da qui finché non trovi un punto in cui riesci ad instaurare la comunicazione, chiedendo così istruzioni al comando centrale. Poi vieni a riprendermi; appuntamento tra...sedici ore; cosa ne dici?" Blubay  scuotendo  la testa rispose. – "Sei proprio deciso a scendere?" Il  compagno fece cenno di sì con la testa. – "Non troverai altro che le solite cose, Moore. Lo sai?" – "Lo so." Riprese facendosi serio. – "Ma voglio andarci ugualmente…non si sa mai." – " Sei anche incosciente. Se, come dici, i sistemi sono disturbati dal buco nero, non siamo in grado di sapere cosa c'è su quel pianeta...non sarò in grado di intervenire in caso di pericolo…non potrai comunicare né con me, né con il comando centrale." – "Stai tranquillo…l'hai detto tu stesso. Giù…troverò le solite cose. Ma, comunque voglio andarci. Poi oltretutto nel regolamento non sono contemplate le avarie, dunque non sono codificate le procedure da tenersi in caso di guasto o malfunzionamento, di conseguenza, scendendo  senza contattare il comando non contravvengo a nessun ordine." Blubay non seppe ribattere. Moore pareva seriamente intenzionato a fare di testa sua, a tutti i costi. Non l'aveva mai visto così ostinato. Poteva scorgere quasi una punta di ribellione, nel suo atteggiamento. Forse sarebbe stato il caso di fare rapporto, una volta rientrati alla base.
                                                               *
La navetta Beta era un po' diversa da quella che avevano usato per le precedenti missioni, questa a differenza delle altre era attrezzata per le discese sui pianeti da postazioni al di fuori dell'atmosfera; non l'avevano mai utilizzata prima, ma non era un problema, erano preparati e addestrati anche per questo nuovo modello. Moore aveva avviato tutte le procedure di controllo…sembrava che tutto funzionasse alla perfezione; questo modello, aveva persino un piccolo oblò dal quale si poteva vedere fuori. Mentre faceva manovra per staccarsi dal corpo centrale dell'astronave, il suo sguardo incappò nuovamente nello slogan della federazione verniciato sulla paratia.
"Futuro, futuro, futuro." Moore fece uno strano sorriso…enigmatico,  solamente il computer lo vide e lo registrò. La navetta si staccò dolcemente dall'atromezzo, librandosi leggera come una farfalla nello spazio buio privo di gravità e di pensieri.
Moore stava guardando ancora lo slogan quando vide l'astronave madre vibrare. Un'altra anomalia; era forse un segno? La vibrazione via via si fece più intensa.
Moore incollato al vetro dell'oblò era incapace di spiegare cosa stava succedendo. Poi, stranamente in un secondo momento,  gli venne in mente che poteva comunicare con Blubay attraverso la radio di bordo. – "Blubay…Blubay...mi senti?" – "Moore! Ti sento forte e chiaro…qui si muove tutto!!" – "Cosa sta succedendo?" Domandò Moore, l'altro rispose.  – "Non lo so! Il sistema è come impazzito! I comandi non rispondono...non so cosa fare. Una cosa così non mi è mai capitata nemmeno negli allenamenti." – "Prova a..." In quel mentre l'astronave scomparve in una grande fiammata.
                                                            *
Moore rimase immobile senza parole a guardare la nave con a bordo Blubay dilaniarsi, andare in mille pezzi,  vide quell'enorme palla di fuoco nascere quasi dal nulla nell'oscurità arrivare a folgorare le sue pupille. Dentro di se si mescolarono mille pensieri…mille sensazioni; qualcosa di simile ad un sottile e perverso piacere per la perdita di tutto ciò che conosceva e che in fondo detestava. Provava dolore per la morte di Blubay, era una sensazione mista a sconcerto, era la prima volta che vedeva qualcosa esplodere…qualcosa  che non funzionava. Provò anche un profondo senso di paura, una grande paura perché in fondo ciò che detestava era pur sempre la sua vita, la sua routine fatta di computer, di comandi, di missioni noiose…non conosceva altro, non aveva altro…solo i suoi strani sogni. Non ebbe il tempo di razionalizzare il groviglio di emozioni  che gli si intrecciavano dentro. I frammenti della nave madre investirono ben presto la navetta Beta; tutte  le segnalazioni luminose e sonore si accesero all'unisono, lo schermo del computer di bordo era tutto un lampeggiare di lucette e un gracchiare di voci metalliche. – "Dati relativi all'angolo di discesa da reimpostare…attenzione, velocità calcolata troppo elevata…possibili danni allo scafo." Moore si fece prendere per un attimo dal panico; il computer era in tilt, andava riprogrammato prima che succedesse davvero qualcosa di serio. Sentì come una scarica salirgli su per la colonna vertebrale; non sapeva che era adrenalina, non l'aveva mai sperimentata prima d'allora quella strana sensazione di eccitazione febbrile. Passato lo stordimento ritrovò il sangue freddo e si diede da fare. Era probabile che i disturbi causati dalla vicinanza del buco nero avessero fatto registrare al computer dati imprecisi e che l'esplosione avesse fatto deviare la navetta dalla traiettoria originale. Tra le conseguenze tutto ciò, c'era anche che tutto quello che era stato calcolato e impostato si ritrovava ora ad essere inservibile. Ormai però, la navetta Beta era già dentro all'atmosfera del nuovo sconosciuto pianeta, Moore sperò che almeno lì il buco nero non facesse sentire la sua presenza, e che almeno la strana forza gli  consentisse di eseguire al volo dei calcoli sensati altrimenti…altrimenti cosa sarebbe successo? La sua mente si bloccò un attimo mentre le mani continuavano a battere i tasti della tastiera, mentre la sua voce continuava ad emettere comandi vocali. Continuava a pensare…altrimenti cosa sarebbe successo? Aveva sempre saputo che per morire si doveva andare sul pianeta Mor. E Blubay? Cosa gli era successo? Era morto? Ma come si faceva a morire? Non aveva mai sentito che qualcuno fosse morto in servizio, che qualcosa fosse andato storto. Quando ebbe terminato di reimpostare i dati non gli rimase altro che attendere il responso del computer. Dall'oblò vedeva stralci di nubi schizzare veloci attorno alle paratie della navetta. Non erano però come i densi agglomerati di smog spaziale che fluttuavano sempre sulle superfici dei pianeti abitati, queste nubi sembravano diverse…andavano analizzate.  Tornò a vederle e anche se le vedeva a velocità supersonica gli sembravano veramente diverse; erano più chiare, più bianche…sembravano bianche come la corazza di lega che ricopriva la terra secca? No…no…queste facevano pensare a qualcosa di morbido…morbido come una carezza. Ma Moore in quel momento non lo sapeva. Non aveva mai ricevuto una carezza in tutta la sua vita, mai sperimentato qualcosa di simile all'ovatta, alle nuvole chiare dell'alba, chiare come panna montata. Forse si poteva dire che il campo di stasi sul quale riposava fosse in un certo senso morbido, ma non rendeva bene l'idea che stava nascendo nel suo cervello, nel suo cuore, nella sua mente. La navetta si mise a vibrare, dapprima con delicatezza, quasi un tremolio  piacevole, poi sempre più violentemente, finché Moore fu assalito dal panico. Gli piaceva sempre meno quella situazione del tutto nuova,  sul microchip con manuale di guida incorporato che gli avevano inserito nel cervello al suo ingresso nel corpo dei piloti non era spiegato il da farsi in tali circostanze. Ed era anche ovvio; i casi di mal funzionamento non erano più contemplati da diversi secoli…e ora cosa lo attendeva ora? In quel mentre ci fu uno scossone ancora più forte degli altri, Moore si ritrovò con la faccia schiacciata sul vetro dell'oblò rettangolare. Quello che vide fu a suo modo sensazionale…colori…colori sfrecciare sempre più vicini, sotto di lui, quasi a venire incontro alla navetta. Che fosse la volta buona? Che la superficie di quel pianeta non fosse ricoperta dalla solita corazza di lega bianca? Dalla nave madre non avevano potuto vederlo…l'atmosfera di quel pianeta era molto densa, non permetteva di osservarne la superficie. In quel mentre ci fu un impatto violentissimo;  Moore non pensò più a niente.
                                                           *
Certo la corazza di lega bianca aveva anche i suoi aspetti positivi; se non altro era stata a suo tempo progettata per fare in modo che in caso di incidenti il materiale di cui era costituita assorbisse in maniera notevole l'impatto…non si frantumasse…non creasse sporgenze appuntite o quant'altro. Anche lo scafo di ogni astromezzo aveva simili caratteristiche; di conseguenza, quei rari casi di incidenti che si potevano ricordare, tutti capitati alcuni secoli addietro e imputati ad errori umani , non avevano praticamente avuto nessuna conseguenza per le persone coinvolte.
Anche la tuta che ricopriva il corpo degli uomini era compatibile con ogni materiale conosciuto, progettata appositamente per fare in modo che eventuali urti, per quanto violenti, si ripercuotessero in maniera molto lieve sull'organismo biologico in essa contenuto. Questo pianeta, però sembrava avere caratteristiche assai diverse, quasi arcaiche, niente a che vedere con quello che capitava sugli altri pianeti che aveva conosciuto e da quando l'umanità moderna, proiettata verso un futuro sempre più spinto, potesse concepire, o ricordare. La navetta di Moore per prima cosa aveva falciato un'ampia striscia di boscaglia rigogliosa, poi si era andata a schiantare contro una solida parete rocciosa, che in parte aveva sgretolato dall'impatto. Naturalmente Moore non sapeva neanche cosa fosse un bosco.
                                                          *
Quando Moore aprì gli occhi,  per qualche minuto il segnale visivo non raggiunse il suo cervello, guardava senza vedere, senza cercare di interpretare minimamente ciò che gli stava attorno. Anche, soprattutto  perché,  non aveva mai visto niente del genere.
Poi, pian piano  i sensi cominciarono lentamente a risvegliarsi, quando finalmente Moore fu tornato padrone di se stesso e del proprio corpo, ebbe un sussulto. Che razza di posto era quello? Il suo sguardo vagava a destra e a sinistra su un puzzle di colori mai visti, uno più chiaro…uno più scuro, che si intrecciavano e si rincorrevano in forme sconosciute…sottili…lunghe…contorte…morbide e nervose. Non lo sapeva, ma stava osservando il cielo azzurro scuro della sera attraverso l'intrico di rami di una fitta boscaglia, la stessa solcata dalla sua nave prima che finisse contro il fianco roccioso di una collinetta. Moore si alzò a sedere continuando a guardarsi attonito attorno, finché non si accorse, in mezzo a quella confusione che i suoi cinque sensi avevano subito negli ultimi minuti, che un braccio e un ginocchio gli facevano male.
Allora distolse un attimo lo sguardo da ciò che lo circondava per rivolgerlo verso se stesso…vide un'altra cosa incredibile. La sua tuta…la tuta che indossava da quando era nato…che era cresciuta assieme a lui…che si puliva da sola…che mai aveva lasciato scoperto un solo centimetro della sua pelle…dal collo ai piedi…era rotta.
Dal taglio slabbrato che aveva sul braccio sinistro, era fuoriuscito un rivolo di sangue che adesso si era seccato…era di un colore rosso scuro…non lo aveva mai visto prima. Lo stesso liquido e lo stesso colore impregnava e dipingeva anche un sasso appuntito posto a un passo da lui…sicuramente era contro quello che il suo braccio  aveva sbattuto. Sul ginocchio, invece, la tuta non era tagliata…era piuttosto mangiata, così come mangiata sembrava anche la pelle che gli ricopriva la rotula. Moore era frastornato dalle novità. Certo sapeva che il corpo umano era fatto di tessuti, di ossa, di organi interni, ma non aveva mai visto il suo sangue, né la sua urina, né niente di niente, se non la tuta bianca che lo ricopriva. E…non aveva mai provato dolore fisico…era una sensazione nuova che lo sconvolgeva. Il taglio e la sbucciatura bruciavano, ma Moore inspiegabilmente quasi sorrideva. Per quanto ne sapeva  quei traumi potevano anche portarlo alla morte, non aveva idea di come funzionasse il suo corpo sprovvisto della tuta, ma pian piano una strana euforia aveva invaso la sua mente, un fortissimo senso di eccitazione sconvolgeva i suoi sensi. In preda a queste emozioni si alzò in mezzo a quel mondo sconosciuto;  quando fu certo di poter restare in piedi mosse i primi passi guardandosi attorno avido di meraviglie…come un bambino.
                                                            *
Alla vista della sua navetta piuttosto malconcia Moore, rimase attonito, ma si era dato immediatamente da fare,  dopo essersi letto gran parte dei manuali per l'avvio delle procedure di riparazione automatiche, peraltro mai usate prima d'allora, aveva programmato l'indistruttibile sistema informatico dell'astromezzo perché rigenerasse lo scafo e tutta la strumentazione andata distrutta nell'impatto, compresa una nuova tuta in lattice per il suo corpo. Non  sapeva se la navetta avrebbe funzionato di nuovo oppure no, dal momento che una procedura del genere, per quanto testata col simulatore ad ogni partenza, non era mai stata sperimentata nella pratica. In questo Moore sarebbe stato una specie di pioniere, come del resto nell'esplorazione di quel nuovo e strabiliante mondo. Dopo che ebbe impostato tutti i dati il display visualizzò il tempo previsto per le riparazioni….Venticinque ore.
                                                              *
Moore aveva cominciato ad esplorare i dintorni. L'unica cosa che si era portato dietro era una specie di sacca con dentro quel po' di cibo che non si era disintegrato nell'impatto con la parete rocciosa. Per il resto aveva addosso solo la sua tuta malconcia, e nient'altro. Tutto…proprio tutto in quel posto, era strabiliante.
Il terreno, non rivestito di lega bianca, era abbastanza soffice al contatto e molto scuro, quando non veniva coperto dalla vegetazione. Naturalmente Moore non sapeva cosa fosse un albero, né una pianta, non ne aveva mai visti nemmeno in fotografia o disegno; perciò rimase per diversi minuti a toccarne le foglie…il tronco…a sfiorare i fiori che poteva vedere…ad annusarne il profumo…si muoveva con circospezione.
Per quanto ne sapeva, in quel posto qualcosa poteva anche essere pericoloso…forse mortale, anche se a prima vista sembrava tutto così bello…così delicato.  Camminava trascinando un po' la gamba destra…ma il dolore passò presto in secondo piano, lasciando il posto alla meraviglia. E i suoni? Cosa dire degli strani suoni che udiva.
Non riusciva bene a capire cosa fosse a produrli…ogni tanto udiva degli stridii…dei mormorii…dei rumori non identificati…soffusi…impulsivi…quasi strozzati. Poi, improvvisamente qualcosa prese ad accarezzargli il volto…i capelli, senza che Moore riuscisse a vedere nessuno…o…solo a capire di cosa si trattasse…era il vento. Fu allora che capì che alcuni dei rumori che sentiva erano dovuti alle foglie che si sfregavano una sull'altra nell'aria della sera. Quel posto era davvero incredibile, ad ogni passo vedeva qualcosa di nuovo…scopriva cose che non aveva neanche mai immaginato.
                                                                 *
In passato era stato così per tutti gli uomini? Millenni prima un posto del genere sarebbe parso tanto alieno? Allora, un mondo fatto di metallo, di linee geometriche, di assenza di emozioni, di colori, come sarebbe sembrato? Sarebbe stata una cosa normale…o no?
                                                                   *
Continuò a camminare in mezzo alla vegetazione scoprendo passo dopo passo nuove meraviglie, finché si imbatté in qualcosa di ancor più stupefacente. Dopo alberi, piante, fiori, la sensazione del vento sulla pelle del viso, i suoi occhi si posarono su una cascata alta quattro o cinque metri, con un laghetto ai suoi piedi. Sulle rive erbose si stavano abbeverando degli strani esseri mai visti prima d'allora. Moore si arrestò per lo stupore e per la paura. Che forme di vita erano mai quelle? Potevano essere pericolose? Rimase immobile ad osservarle…anche loro si accorsero della sua presenza;
si voltarono nella sua direzione, guardandolo per un lungo istante con occhi dolci e inoffensivi, poi sgambettarono via sulle quattro zampe agili e lunghe che avevano. Il cuore di Moore batteva forte; si avvicinò zoppicando alla pozza che conteneva quello strano liquido cristallino e gorgogliante,  non aveva mai visto l'acqua allo stato naturale…solo quella addensata che prendeva in tavolette quadrate; quel posto gli trasmetteva una strana sensazione…una sensazione…estremamente positiva. Aveva notato che gli esseri di prima, per quanto strani fossero, avevano due orecchie, due occhi, un naso e un bocca come gli uomini, e affondavano il muso nello specchio d'acqua, intenti forse a bere…se fosse stato un liquido velenoso? Moore era talmente preda delle proprie emozioni che non ci stette a pensare su molto…avvicinò lentamente una mano alla superficie del laghetto e ve la immerse intento a scoprire quali altre sensazioni avrebbe provocato in lui.
                                                           *
Moore non sapeva cosa fosse il legno…non sapeva cosa fosse una baita…ma nel vedere i tronchi disposti in quella maniera intuì che doveva trattarsi di una qualche forma di abitazione. Erano passate sette ore dal momento in cui aveva abbandonato la sua navetta. Ci avrebbe trovato qualcuno lì dentro?...E chi? Rimase fermo nella stessa posizione per diversi minuti, fissando la strana costruzione che gli stava davanti, attento a cogliere ogni possibile suono, ogni movimento…non percepì assolutamente niente…al di fuori non trasparivano né luci…né tanto meno rumori.
Si lasciò consumare un po' dall'indecisione, poi mosse i propri passi verso quella che gli sembrava la porta. Moore non aveva mai visto una maniglia in vita sua, sulle astronavi e nelle basi non ne esistevano, tutte le porte avevano automatismi che le facevano aprire e chiudere senza bisogno nemmeno di sfiorarle, ma il suo cervello cominciava stranamente ad entrare in sintonia con quel posto, e a suggerirgli che se non avesse afferrato quel pezzo di legno non avrebbe mosso un passo di più. A quella breve pressione la porta si aprì cigolando. Moore la scostò lentamente…eccitato e nello stesso tempo…spaventato da quello che avrebbe potuto trovare. Si rendeva conto che forse…era troppo chiedere…sperare di imbattersi in qualcuno…in un essere vivente…intelligente…capace di qualche forma di comunicazione…seppure grezza? – "Ben arrivato." Si sentì dire da una voce flebile; Moore trasalì. I suoi muscoli si contrassero…cominciò a guardarsi freneticamente attorno. Gli ci volle un po' per capire che quella cosa stesa su una specie di letto era un uomo…un uomo con i capelli lunghi, bianchi, spettinati…la barba rada e scomposta. Non indossava la tuta…aveva degli strani teli avvolti attorno a sé. Moore non aveva mai visto un essere umano senza tuta, né tanto meno uno così disordinato, ma nello stesso tempo così affascinante nella sua totale stravaganza e diversità. – "Chi è lei?" Disse Moore col candore di un bambino. Lo strano essere gli rispose. – "Veramente sei stato tu a venire qui…a venire da me. Dovrei essere io a farti questa domanda." – "Mi chiamo Xjjqz…cioè…Moore." Rispose;  l'altro sorridendo e tossendo, di rimando. – "Il solito nome impronunciabile. Io sono Damiano." – "Damiano." Ripeté Moore. Che nome insolito;  che strano pronunciare quella parola, dava  un senso di distensione alla sua bocca…alla  lingua mentre la emetteva. Damian. Una parola affascinante…suonava antica. I loro nomi erano pieni di consonanti…Moore…era solo lo pseudonimo per i viaggi spazio-temporali…ognuno ne aveva uno per legge. Sul suo pianeta Blubay si chiamava Prrtky, il maggiore Petersmith si chiamava Pkkky.  L'uomo continuava a guardarlo con una strana espressione sul volto. – "Non sei il primo ad essere arrivato qua. Ma, senz'altro sarai l'ultimo a vedermi…sto morendo. Lo sai cosa vuol dire?" – "So cos'è la morte…ma non ho mai visto morire una persona." Rispose Moore, pensando a Blubay. Ma era poi morto? E se sì, come? Moore non riusciva ad immaginarselo. – "Perché stai morendo? È perché non hai la tuta?" Il vecchio rise e tossì ancora. – "Non ho mai portato quella vostra maledetta tuta, qui si vive benissimo anche senza, sai? Non è affatto indispensabile; anche tu che la indossi da quando sei nato potresti abituarti a farne a meno…lentamente…molto lentamente. Altri uomini che sono venuti da dove vieni tu…l'hanno fatto." Moore rispose – "Adesso dove sono, questi uomini?" – "Sono rimasti qui sul pianeta…so che hanno fondato alcuni villaggi. Non saprei dirti dove sono…dovresti andarli a cercare." – "Come mai sono giunti qui?" Riprese Moore con calma. Damiano ebbe un attacco di tosse; il suo respiro emetteva a tratti un suono liquido.  Xjjqz gli andò più vicino senza avere idea di cosa gli stesse succedendo. In quel momento il vecchio riprese a parlare. – "La curiosità li ha spinti qui…come per te del resto…almeno credo. Da millenni l'uomo è divenuta una creatura arida e fredda…qualcuno per fortuna conserva ancora, dentro di sé, la curiosità che ci ha sempre animato e distinto. Per questo c'è ancora speranza." Moore…Xjjqz non era sicuro di capire quanto il vecchio gli stava dicendo…ma dentro di se sapeva che sarebbe stato molto felice di incontrare le altre persone che popolavano il pianeta. – "Sto morendo, figliolo." Ripeté Damiano. – "Ma prima voglio farti un regalo." Il vecchio rimase a fissare il vuoto per qualche istante…come avesse perso il filo dei propri pensieri. Poi stese un braccio magro e spigoloso, ripiegando tutte le dita all'infuori dell'indice, che rimase dritto a puntare oltre il muro della casa. – "Lo senti questo rumore che va e che viene?" Sussurrò.
Moore si fermò ad ascoltare…era tutto così nuovo…così strano e inusuale che dovette cercare di isolare quale suono il vecchio intendesse…infine gli sembrò di avere capito… fece cenno di sì con la testa. – "In questo posto troverai molte cose che non hai mai visto…una la devi assolutamente vedere subito. Esci da questa porta, gira attorno alla casa e sali sopra la collina di sabbia; ti si aprirà alla vista uno scenario che non ti lascerà indifferente. Moore esitava…non sapeva se uscire dalla casa. Aveva tante cose da chiedere al vecchio…tante cose da scoprire…non voleva lasciarlo. – "Cosa aspetti? Vai...vai e poi torna da me…voglio vedere i tuoi occhi dopo che avrai visto." Xjjqz tentennò ancora…poi uscì in fretta per fare nel minor tempo possibile quello che Damiano gli aveva chiesto.
                                                                *
La sabbia aveva una strana consistenza, sotto i suoi piedi; non era solida come la lega bianca, né come il terreno scuro su cui aveva camminato per giungere fino a lì, ma non era morbida come il campo di stasi su cui era solito riposare. I suoi piedi affondavano di un paio di centimetri ad ogni passo, Xjjqz, ormai non aveva più senso chiamarsi Moore, poteva vedere piccole nuvolette di minuscole particelle alzarsi come sbuffi. Anche il colore gli parve  insolito…chiaro, si, ma d'un chiarore diverso da ogni altra cosa da lui mai vista prima. Il rumore di cui parlava il vecchio continuava a farsi sentire, ritmato…mai uguale ad ogni ripetizione…a volte più lungo…o più corto; sempre più potente e fragoroso ad ogni suo passo. Xjjqz non poteva immaginare cosa avrebbe visto al di là di quella piccola collinetta sabbiosa che gli impediva lo sguardo.
Quando ne raggiunse la sommità rimase fermo, immobile per un paio di minuti ad osservare uno scenario di tale bellezza che all'inizio la sua mente si rifiutò di accettarlo…di osservarlo…di lasciarsi avvincere dalla sua incredibile meraviglia. Davanti ai suoi occhi aveva…il mare…il mare nella sua meravigliosa infinita grandezza.
                                                             *
- "L'hai visto?" Gli chiese Damiano. Era passata un'ora da quando il giovane Xjjqz era uscito dalla porta…il vecchio aveva pensato quasi di non riuscire più a vederlo.
Invece, eccolo qui… era tornato. Sembrava quasi straziato da quella meraviglia che aveva appena visto… quasi che la bellezza di ciò che aveva ancora impressa negli occhi  gli avesse donato un'incredibile sofferenza…uno struggimento a lui del tutto sconosciuto. Doveva averlo visto per forza…glielo si leggeva in volto. – "Come si chiama?" Domandò Xjjqz. – "Ciò che hai  appena visto è il mare." Disse il vecchio. – "Il …m.a.r.e." Ripeté Xjjqz lentamente, quasi  assaporasse fino in fondo il gusto di quella parola. Un'incredibile tristezza gli mascherò il viso; Damiano provò pena per lui.
Per tutta la vita non aveva fatto altro, il vecchio lo sapeva, che vivere circondato dal metallo, dal bianco della lega che invadeva quasi tutti i pianeti conosciuti, ovvero tutti quelli che la Federazione credeva esistessero nei dodici universi noti. Altri glielo avevano raccontato. Vivendo in quel mondo asettico e ordinato non avevano mai saputo cosa fossero la meraviglia…la bellezza…la gioia…la fantasia; l'irrazionalità e il mistero. Ora era come se tutte le sensazione che non gli avevano consentito di provare si fossero scatenate dentro di lui lasciandolo sgomento, senza difese; smarrito al pari di un bambino.
                                                             *
Xjjqz si svegliò e aprì gli occhi. – "Stavi sognando." Gli disse il vecchio. – "Co…coo…cosa?" – "Si. Stavi sognando." Disse ancora Damiano. – "Ti muovevi e parlavi nel sonno." – "Allora è vero." Rispose Xjjqz. – "Ma che cosa sono i sogni?"
Damiano non si stupì. Anche agli altri viaggiatori pellegrini giunti prima di Xjjqz, aveva dovuto spiegare molte cose. In un certo senso si sentiva come un angelo che ridonava umanità agli uomini. – "I sogni sono storie…immagini…suoni che vedi e senti quando dormi; creati dalla tua mente sulla base dei tuoi ricordi…delle tue conoscenze…delle tue paure. Possono essere sogni belli oppure…terrificanti…incubi, puoi sognare cose vere o cose che nella realtà non esistono. Mai sognato di volare?" – "Non lo so…sono confuso." Rispose Xjjqz, guardandosi attorno spaesato. – "Ma dove mi trovo?...Che pianeta può raccogliere tutte queste meraviglie…come si chiama? Ha un nome vero?" Damiano rispose. – "Amico mio…questo è il pianeta da cui tutto ebbe inizio…il pianeta Terra." – "Terra?" Fece eco Xjjqz – "Questo posto si chiama Terra? È un nome buffo…strano che questo termine  esista ancora, credevo fosse solo negli annali della federazione." – "È un nome semplice, per molto tempo gli uomini abitarono solo qui, su questo pianeta. Soltanto quando si furono evoluti, migliaia di anni dopo la loro comparsa, partirono per colonizzare altri pianeti, finché colonizzarono tutti gli universi conosciuti…scordandosi addirittura il luogo dal quale erano partiti." Rispose Damiano, mentre  ebbe un altro attacco di tosse…sembrava peggiorare di minuto in minuto. – "Mi spiace, figliolo…lo so, avresti mille domande da rivolgermi…non potrò risponderti. Puoi trovare altri che sazieranno la tua curiosità, quelle stesse persone che sono giunte sul pianeta prima di te, che mi hanno insegnato la vostra lingua e che in cambio mi hanno chiesto di insegnar loro molte cose, è successo tanto tempo fa… quand'ero giovane. Non hai che da raggiungerli, da trovare il villaggio. Certamente li troverai tutte le riposte che vuoi…se deciderai di tornare alla tua vita, ti chiedo solo di non rivelare alla Federazione l'esistenza di questo posto. Non fare che lo ricoprano di lega bianca, come mi hanno raccontato, non fare che lo distruggano, che lo sezionino per studiarlo…non lo permettere…non permettere..." Il vecchio tossì ancora, violentemente. – "Non lo permetterò." Rispose Xjjqz. Damiano si distese, febbricitante…il suo corpo prese a tremare…Xjjqz non sapeva cosa fare. – "Damiano…Damiano?" Lo chiamò. Preso dall'angoscia cominciò a guardarsi attorno, incapace di pensare. Xjjqz non conosceva né la malattia, né la morte…era totalmente in balia di quello che stava succedendo;  non aveva la minima idea di cosa fare. – "Damiano."  Ripeté  mentre gli occhi gli diventavano lucidi. – "Damiano!" Urlò….nessuno lo stava a sentire…nessuno rispose al suo grido di dolore, al suo richiamo.
                                                               *
Dunque era così che moriva un uomo? Tutti sapevano, tecnicamente, cosa succedeva nel momento esatto della morte…il cuore smetteva di battere…il cervello di pensare, era un concetto semplice…nessuno però l'aveva mai visto nella pratica, se non quelli che venivano lasciati a morire senza la tuta protettiva sul pianeta Mor…vederlo coi propri occhi era un'altra cosa. Xjjqz lo considerò una specie di privilegio, a suo modo, un'esperienza che gli altri uomini del suo mondo non potevano compiere. Dolore e malinconia si mescolarono con tenerezza nel suo animo, partendo dal  cuore indurito per la vita che aveva condotto sino a quel giorno…procedendo poi lenti fino ad avviluppare dolcemente ogni più piccola fibra del suo corpo e della sua mente. Dunque era così che moriva un uomo? La vita scivolava via…i suoi occhi si svuotavano di consapevolezza…il suo cuore non batteva più…tutto quello che era stato, che aveva visto, che aveva pensato, si dissolveva come la scia di un astromezzo nello spazio interstellare…tornava a diventare polvere di stelle…di pianeti…di comete sognanti vagabonde nello spazio infinito. "Oppure no?" Rimaneva qualcosa? Damiano gli aveva fatto un grande dono morendo davanti ai suoi occhi. Gli aveva fatto scoprire sensazioni che mai avrebbe immaginato esistessero, gli aveva dischiuso un grande universo, una vita nuova, l'aveva privato delle risposte che da sempre inseguiva, gli aveva donato la bruciante curiosità di continuare ad inseguirle…di raggiungerle, un giorno, trovando gli altri uomini che abitavano il pianeta. Gli aveva fatto anche un ultimo dono; gli aveva regalato  due lacrime calde che presero a scorrergli giù sulle guance lisce. Anche quelle Xjjqz non aveva mai visto…anche quelle come il mare, del quale non  aveva sospettato che potesse esistere; come il mare che potessero muoversi…nascere…per andare a morire nei suoi occhi…eppure loro…impertinenti erano uscite…come il mare…erano strabordate in una marea…senza chiedergli il permesso…non sapeva di preciso da dove venivano…sapeva solo che erano dolci e amare nello stesso tempo…sapeva che quello sarebbe stato il suo…ultimo viaggio…la sua…ultima missione.
Design downloaded from free website templates.